Resoconto riunione congiunta CdA-SA-Commissione statuto

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Giu 152011
 

Cari tutti,

Ieri c’è stata una riunione congiunta tra commissione CdA e SA. Dalla discussione sono emerse diverse osservazioni ma soprattutto, con chiarezza, due indicazioni forti fondamentali per il seguito del lavoro. Queste indicazioni erano anche contenute in mozioni di facoltà e di macroarea che sono state presentate alla riunione.

La prima indicazione riguarda la composizione del Senato Accademico (art.12). E’ stata sottolineata la probabile incompatibilità della composizione nella colonna di sinistra (quella con i presidenti di corso di studio) con la legge 240 ed è stato detto in numerosi interventi che in ogni caso quella parcellizzazione delle rappresentanze avrebbe avuto una conseguenza negativa sull’efficacia dell’organo. E’ stata inoltre data in modo esplicito, nella grande maggioranza degli interventi, la preferenza alla composizione alternativa proposta dalla commissione (colonna di destra), sulla quale sono state suggerite alcune possibili variazioni comunque minori.

Il secondo punto che è stato sollevato riguarda il ruolo dei dipartimenti e il titolo IV in generale. E’ stato ribadito più volte che c’è poca chiarezza nell’iter di definizione dell’offerta formativa e che i dipartimenti devono avere competenze più definite anche in materia di didattica di quanto finora previsto.

E’ stata anche chiesta al rettore e alla commissione una maggiore opera di trasparenza e condivisione delle scelte e strategie per lo statuto con tutto l’ateneo.

Cordialmente,

Guido Mula

AQUAlab

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Giu 142011
 

Workshop internazionale di Architettura, Progetto urbano e Paesaggio
AQUAlab
Progetti tra Architettura urbana e Paesaggi d’acqua

Siliqua, 19 settembre | 24 settembre 2011
Bando per la selezione di n. 25 partecipanti

Finalità e contenuti
Il laboratorio di progettazione AQUAlab, organizzato dalla Facoltà di Architettura di Cagliari, s’inserisce nell’accordo triennale (2011-2013) stipulato tra il Dipartimento di Architettura di Cagliari e l’Amministrazione comunale di Siliqua per il recupero della qualità urbana e paesaggistica della città.
Il workshop internazionale di architettura sarà il luogo di riflessione progettuale sul complesso sistema territoriale ed urbano che lega la città all’acqua con la finalità di ri-trovare, attraverso alcuni temi di progetto considerati prioritari per la ri-costruzione dell’identità urbana, nuove modalità di disegno dei margini urbani e nuovi possibili usi e significati dello spazio pubblico.
I temi di progetto offriranno l’occasione per riflettere – attraverso seminari di approfondimento – e per praticare – con la guida di docenti e progettisti internazionali – le diverse scale del progetto e la loro articolazione, nella costruzione di relazioni tra il territorio e l’Architettura della città.

Crediti
3CFU nel settore scientifico disciplinare ICAR-14

Visiting professors
Carmen Fiol Costa (Barcellona)
Ignacio Mendaro Corsini (Madrid)

Allegati
- Locandina
- Domanda di ammissione

Biglietto da visita

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Giu 082011
 
                                                      Benvenuto nel sito personale di Carlo Anchisi

Professore associato del Settore Scientifico Disciplinare – Farmaceutico, Tecnologico e Applicativo (CHIM/09)

Insegnamenti:

Tecnologia, Socioeconomia e Legislazione Farmaceutiche 1 con laboratorio (CTF)

Impianti dell’industria farmaceutica (CTF)

Nuovo Statuto versione 1 giugno 2011

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Giu 072011
 

Cari tutti,

sta circolando in queste ore la  bozza del nuovo Statuto del 1 giugno 2011. La bozza è in una fase di redazione avanzata, e contiene ormai la maggior parte degli elementi salienti, fatta salva la parte del post-laurea che non abbiamo ancora affrontato se non marginalmente.

Vi invitiamo a leggere attentamente tutto il testo che, per quanto lungo, sarà la costituzione del nostro ateneo alla quale dovremo attenerci nei prossimi anni. E’ importante quindi conoscerla, identificarne le criticità quando si è ancora in tempo per modificarne gli aspetti che non vanno, al fine di ottenere che l’adozione da parte del SA possa rappresentare un’adozione da parte dell’Ateneo. I tempi sono purtroppo stretti, ma cerchiamo di fare il massimo con quello che abbiamo a disposizione.

In questo post non vogliamo addentrarci nei dettagli del testo, discussione che preferiremmo nascesse da un confronto con tutti voi anche su questa pagina per permetterne un’ampia condivisione. Vorremmo invece focalizzare la vostra attenzione su alcuni punti significativi che restano critici, tanto da non trovare accordo in commissione, e che a nostro avviso vanno modificati.

Il primo punto riguarda la composizione del Senato Accademico. Nella versione della colonna di sinistra il SA è previsto con una composizione che prevede un pari numero di direttori di dipartimento e di presidenti di corso di studio. Sono previsti poi tre eletti tra i professori di I e II fascia, 1 coordinatore di dottorato, due ricercatori (da eleggere tra quelli a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato) più le rappresentanze di studenti e personale TA.

Questa composizione presenta diversi punti deboli. Prima di tutto, si presta ad una critica di fondo in quanto, se anche è forse possibile dire che non è strettamente “contra legem“, sicuramente non ne rispetta l’impostazione, prestando quindi il fianco ad una bocciatura su questo punto. La criticità è infatti la presenza dei coordinatori di corso di studio. La legge vieta il cumulo di cariche accademiche fatta eccezione per i direttori di dipartimento e solo limitatamente al SA. Inserire i coordinatori va quindi contro questa impostazione. Inoltre, è chiaro che la legge vuole che le università si ristrutturino in modo da assegnare ai dipartimenti tutte le competenze di ricerca e didattica. Appare quindi fuori luogo forzare una rappresentanza della didattica esterna ai dipartimenti.

Una seconda criticità nasce dall’avere nuovamente persone che hanno l’incarico di difendere la ricerca (perché l’inserimento dei coordinatori forza la posizione dei direttori in questo senso) e altre invece la didattica, con solo tre persone fra tutti i componenti docenti del SA  che avrebbero un mandato generale. E’ ovvio anche che con soli tre eletti sull’ateneo i giochi sotterranei possono facilmente avere il sopravvento. Il SA sarebbe quindi nuovamente un organo diviso per interessi diversi senza diventare quell’organo unitario che la legge (e l’efficacia di decisione) invece vorrebbero. Certamente il buon funzionamento dell’organo dipende molto dai singoli che lo comporranno, ma una strutturazione inefficace non aiuta certo a risolvere i problemi. Non è da sottovalutare quindi il fatto che l’eccessivo spezzettamento non può portare il Senato ad essere quell’organo forte in grado di confrontarsi dialetticamente con il Rettore e con gli organi non elettivi indispensabile al buon funzionamento del nostro ateneo.

Vi invitiamo a considerare come opzione più valida la proposta alternativa, che oltre ad essere decisamente più inclusiva nelle rappresentanze, genera una componente docente numericamente forte e indipendente da vincoli di funzione,  davvero capace di dare quell’indirizzo politico e propositivo che lo statuto attribuisce al SA. E’ anche chiaro che eleggere 10 persone con circa 1000 votanti è un sistema che garantisce automaticamente la presenza delle diverse anime culturali dell’ateneo, rendendo minoriotario il rischio di eventuali lobbying, rischio che rimane elevato con l’elezione di soli tre componenti.

Un altro punto fortemente criticabile è la rappresentanza dei ricercatori con  caratteristiche che le attribuirebbero un ruolo di rappresentanza di categoria, per di più accomunato a un’altra categoria con un ruolo ben diverso da quello degli attuali ricercatori. I ricercatori attuali forniscono nell’ateneo una percentuale di didattica oltre il 30% e costituiscono circa il 50% del corpo docente del nostro ateneo. Questo relegarli ad una presenza così misera nonostante il fattivo, indispensabie e percentualmente pesantissimo lavoro svolto è un atteggiamento punitivo completamente ingiustificato. Appoggiare una scelta come questa vuol dire arretrare rispetto allo statuto attuale,  mentre le altre università vanno avanti, mortificare una componente viva ed essenziale dell’ateneo senza alcun motivo ragionevole mettendo metà del corpo docente in una condizione tale da sentirsi completamente demotivata per l’essere stata estromessa dagli organi decisionali. Nella proposta alternativa, la componente docente verrebbe eletta senza vincolo di fascia, una scelta che avrebbe l’ulteriore vantaggio di essere naturalmente adattabile all’evoluzione della numerosità delle varie componenti e di permettere l’individuazione di persone che abbiano un sostegno ampio nell’ateneo per la propria autorevolezza e non per la propria appartenenza di categoria.

Un altro nodo da sciogliere non banale riguarda le competenze nell’ambito delle chiamate. Chiaramente, lo spirito della legge è che i dipartimenti, forti del fatto di avere una competenza diretta in didattica e ricerca, possono proporre delle chiamate a ragion veduta che tengano davvero conto delle esigenze della didattica e della ricerca. Invece, nella bozza attuale, le facoltà (che non a caso mantengono il vecchio nome) continuerebbero ad esprimere parere anche sulle richieste dei dipartimenti, creando una struttura che risulterebbe essere perfino più complessa di quella attuale per il raggiungimento della decisione finale.

Un’aggravante dell’impostazione attuale da questo punto di vista è il fatto che, non essendo prevista una reale programmazione pluriennale di lungo respiro, l’ateneo, e quindi il SA, sarà nell’impossibilità di fare scelte oculate che tengano conto delle esigenze della didattica e della ricerca per le chiamate. Come può infatti essere possibile stabilire la maggiore o minore rilevanza di una richiesta o di un’altra? In assenza di una programmazione di ampio respiro si resterà costretti nelle scelte tappabuchi senza reale possibilità di dare un indirizzo strategico corretto allo sviluppo dell’ateneo.

I nodi da sciogliere sono ancora tanti, il contributo di tutti alla discussione è essenziale. Vi invitiamo tutti quindi a partecipare e a creare occasioni di incontro su questi temi per essere tutti consapevoli delle scelte che ci toccheranno così da vicino.

Cordialmente,

Michele Mascia e Guido Mula

Mag 272011
 

Su richiesta degli studenti, il primo appello

 di giugno del 24 è stato anticipato al 15, ore 9, aula E, Monserrato.. Gli studenti sono pregati di iscriversi online seguendo le istruzioni e le scadenze per la pre-registrazione.

Cere anatomiche e didattica medica

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Mag 232011
 

QUANDO LE STATUE DI CERA AIUTAVANO GLI SCIENZIATI
Corriere della Sera 10 mag. ’11

LA STORIA DELLE RICOSTRUZIONI ANATOMICHE RACCONTATA DA JULIUS VON SCHLOSSER. ALCUNI ESEMPLARI ALL’ UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

Quando cerchiamo un’ immagine le sofisticate tecnologie ottiche di oggi, le medesime che promettono «fedeltà assoluta», ce la restituiscono in base al pixel (contrazione della locuzione inglese picture element), ovvero ricorrendo ai puntiformi che compongono la rappresentazione nella memoria di un computer. Qualcuno rimpiange la foto o le vecchie riprese cinematografiche, ma non sono pochi a credere che soltanto un ritratto dipinto riveli anche la personalità del soggetto. Ora il testimone è gestito dai megapixel delle fotocamere. Ci fu un tempo nel quale ogni riproduzione della realtà – faccia, fiore, viscere o uomo intero – veniva affidato alla cera. La somiglianza era eccellente e, in più, essa ben rappresentava l’ idea di eterno che si desiderava conferire al soggetto ritratto. Di questa singolare avventura, capitolo di storia dell’ anatomia oltre che di estetica, con i suoi attuali luoghi di culto nei musei dedicati a Madame Tussauds (presenti, tra l’ altro, a Londra, Berlino, Hong Kong, Las Vegas, New York, Shanghai, Roma e dall’ agosto 2009 a Hollywood), esce finalmente tradotto in italiano il più autorevole degli inventari. Lo scrisse nel 1911 il sommo Julius von Schlosser: Storia del ritratto in cera (Medusa pp. 248, 16,50; cura e introduzione di Marco Bussagli). Noi, con le tecnologie di cui disponiamo, vorremmo avvicinarci sempre più all’ oggetto attraverso geometrie e colori; quello che von Schlosser passa in rassegna sono invece i ritratti tentati sino al romanticismo, cercando quella fedeltà che per secoli è stata inseguita, idealizzata, a volte abbellita. Sovente però è stata evocata impietosamente, con doppi menti, bitorzoli e strabismi. Altre volte il realismo si è fatto feticista e macabro, come capitò all’ Eva di Ercole Lelli, conservata all’ Istituto di Anatomia dell’ Università di Bologna: lo scultore settecentesco utilizzò unghie e capelli veri per la progenitrice biblica. Ma la lettura del testo di von Schlosser si fa entusiasmante proprio per i dettagli che rivela. Ecco i funerali di Pertinace nel foro romano, descritti da Dione Cassio, dove non mancava un’ effigie del morto in cera che sfilava con il corteo; ecco un passo di Vasari che riferisce sulle maschere mortuarie; ecco ancora la figura intera di Federico il Grande nel Vaterlänsdisches Museum di Braunschweig con l’ uniforme delle guerre di Successione: portamento reclinato, occhi di vetro, parrucca. La cera, insomma, ha fatto miracoli, restituendo ai nostri sguardi un universo scomparso. Il medesimo che continua a vivere congelato in chiese o musei, in raccolte o dove capita, affinché forme e volti non si dissolvano come la carne di cui erano fatti.
Torno Armando

Resoconto sedute del 10, 12 e 18 maggio 2011

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Mag 192011
 

Cari tutti,

dopo un paio di settimane di pausa a cavallo di Pasqua, la commissione statuto si è riunita nuovamente il 10, il 12 e il 18 maggio per proseguire i lavori di stesura del nuovo statuto. La bozza arriva a comprendere ormai tutti gli organi e le strutture dell’Ateneo, con modifiche che in alcuni casi sono abbastanza profonde rispetto alla situazione attuale.

Se da un lato, non avendo completato l’analisi del testo, è difficile fornire una versione affidabile dello statuto attuale con una divulgazione completa del testo in esame, dall’altro mi pare ormai indispensabile raccontare all’Ateneo a che punto è arrivata la discussione. Mi pare altresì indispensabile sottolineare che ci sono diversi punti anche nodali sui quali la discussione è aperta, per i quali sono presenti due possibili versioni, talvolta radicalmente differenti tra loro. Uno di questi punti è la composizione del Senato Accademico, cosa che, come tutti possiamo intuire, non è di minore importanza. Altri punti importanti sui quali non si è ancora arrivati ad una condivisione riguardano i futuri dipartimenti, fra i quali la composizione delle giunte, e il rapporto tra dipartimenti e Facoltà, nonché eventuali limiti di partecipazione dei dipartimenti alle future facoltà. La discussione è talvolta molto vivace e i nodi aperti sono numerosi.

Voglio partire nel mio resoconto dalla questione del senato accademico. In questo caso la chiave di volta è capire se nell’organo devono essere presenti direttamente o meno i rappresentanti delle strutture di raccordo (che da qui in poi chiamerò Facoltà, così come indicato nel nuovo statuto, denominazione sulla quale personalmente non concordo per l’evidente confusione con le facoltà precedenti dalle quali, secondo la legge, dovrebbe differire sostanzialmente per mansioni e funzionamento), nonché quanti direttori e quanti docenti. Una versione prevede sia la partecipazione di una rappresentanza dei coordinatori dei corsi di studio che un numero di direttori di dipartimento piuttosto elevato, pari a circa il 60% dei dipartimenti prevedibili ad oggi. E’ prevista inoltre una rappresentanza di ricercatori a tempo indeterminato e a tempo determinato (secondo contratto (tipo b), quello di “tenure track”) e del personale TA (oltre a quella studentesca prevista per legge). Uno dei punti critici di questa proposta, secondo l’avviso di diversi componenti della commissione, riguarda l’eccessiva frammentazione del senato tra chi rappresenterebbe la ricerca (direttori) e chi la didattica (presidenti di corso di studio), come se le due missioni dell’Università non fossero indissolubilmente legate. Il rischio insito in questa proposta è, secondo l’avviso di molti tra i quali il sottoscritto, la generazione automatica di fazioni nelle quali i componenti del Senato si sentiranno con un mandato a difendere un aspetto sull’altro e non, come sarebbe invece corretto, tutti e due insieme. Un altro aspetto importante è il fatto che la legge 240/10 prevede l’esclusione dalla partecipazione al SA di docenti che ricoprano altre cariche accademiche, ad eccezione di quella di direttore di dipartimento. Se pure la carica di coordinatore di corso di studio è una carica “minore”, resta il dubbio se esista un conflitto con l’esclusione prevista dalla legge.

La proposta alternativa prevede invece che il numero di direttori di dipartimento sia pari al minimo di legge con una partecipazione ampia di docenti eletti senza etichette di funzione, a collegio unico o per facoltà, in generale con criteri che permettano una corretta rappresentanza delle varie anime del nostro ateneo. Questa proposta alternativa ha come vantaggio principale la salvaguardia dell’inscindibilità della ricerca scientifica e della didattica, rappresentate in SA dai docenti in esse impegnati e non da figure legate alla loro funzione, e  con  un organo che finalmente non lavorerebbe a compartimenti stagni. Anche i direttori di dipartimento, infatti, avranno secondo la legge competenze di didattica e non potranno quindi non sentirsi responsabili in prima persona anche di questi aspetti della vita universitaria.

Nella versione attuale del nuovo statuto i dipartimenti si troveranno in carico direttamente solo una parte molto limitata di didattica, sostanzialmente quella dei dottorati, ma collaboreranno con i corsi di studio per la stesura dell’offerta didattica e gestiranno la distribuzione del carico didattico tra i vari docenti. Avranno inoltre la responsabilità delle chiamate con proposte da formulare al SA e al CdA (l’unico organo davvero esecutivo dell’Ateneo). C’è stata una discussione vivace in commissione sulla composizione delle giunte di dipartimento. Una versione prevede una composizione per categorie, mentre la versione alternativa prevede una giunta che, oltre a studenti e personale TA come nella prima versione, include i docenti (professori e ricercatori) come un’unica categoria. La giunta sarebbe individuata dal Direttore (salvo che per le componenti di categoria, studenti, personale TA e precari della ricerca) che la proporrebbe al Dipartimento per l’approvazione.

E’ tutt’ora in discussione il problema nodale della partecipazione dei dipartimenti alle facoltà. Il dibattito verte sulla possibilità o meno di un dipartimento di partecipare a più facoltà, eventualmente a tutte. Gli effetti di questa partecipazione sono molteplici, sia sulla numerosità degli organi di governo delle facoltà stesse che in numerosi altri aspetti gestionali. Una proposta prevede che i dipartimenti possano partecipare a qualunque scuola a patto che ci sia anche un solo insegnamento impartito nella scuola da uno dei docenti del dipartimento. Le obiezioni che sono nate in commissione riguardano la necessità di porre un vincolo alla partecipazione con una soglia minima. Se infatti immaginiamo una facoltà con 8 corsi triennali e 8 magistrali, la facoltà erogherebbe 300×8=2400 crediti. Se un dipartimento fornisse didattica per 12 crediti in tale scuola, magari in più corsi, il suo contributo sarebbe pari allo 0.5% della didattica della facoltà. La partecipazione del direttore di dipartimento all’organo di governo della facoltà darebbe alla sua voce un peso tipicamente pari a 1/30, vale a dire circa il 3%. La numerosità dell’organo aumenterebbe inoltre, essendo prevista pari al massimo al 10% del totale dei dipartimenti coinvolti più i direttori. Una possibile soluzione sarebbe inserire, al fine della partecipazione del dipartimento alla facoltà, vincoli legati minimo dei crediti erogati da un dipartimento e alla loro tipologia.  Non va dimenticato che i docenti parteciperebbero comunque all’elaborazione dell’offerta formativa e alle discussioni all’interno dei consigli di corso di studio dove insegnano e che la partecipazione o meno di un dipartimento con contributo didattico marginale a una facoltà implica unicamente la presenza o meno del suo direttore nell’organo di governo. Un’altra possibilità sarebbe prevedere l’afferenza, di norma, del dipartimento a una sola scuola, con eccezioni decise dal SA per dipartimenti che fornissero un contributo rilevante alla didattica di diverse scuole.

La prossima riunione è prevista per martedì prossimo e si aprirà con le facoltà per arrivare ai corsi di studio. Ogni suggerimento o proposta è, come sempre, benvenuto.

Cordialmente,

Guido Mula

Mag 162011
 

Come comunicato a lezione, il calendario delle prossime lezioni di Inglese sarà il seguwente:

mercoledì 18/05, 9-11

mercoledì 25/05, ore 9-12 (prove di simulazione esame e ripasso)

mercoledì 01/06, ore 9-12 (prove di simulazione esame e ripasso)

Karalis Christiana

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Mag 102011
 

Si terrà a Cagliari il 19 e il 20 maggio 2011, presso il Palazzo Regio, un convegno di studi sulla Cagliari cristiana dal titolo “Karalis Christiana – Figure e momenti della Sardegna tardo antica e bizantina” organizzato da Fidapa, Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari.

 

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Il rapporto tra vari livelli di governo in Giappone: Italia al confronto

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Mag 102011
 

Il prof. Hiroko Kudo interverrà alla lezione del master in ” La governance multilivello” di giovedi 12 maggio alle ore 15.00

 

 

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Prof.Dr.Hiroko Kudo
Professor
Faculty of Law, Chuo University
742-1, Higashi-Nakano, Hachioji
Tokyo JAPAN
Tel: +81 426 74 3194
Fax: +81 426 74 3133
E-mail: hirokokd@tamacc.chuo-u.ac.jp

Maria Montessori: gli anni della formazione medica (1893-1896)

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Mag 092011
 

Gli anni della formazione medica di Maria Montessori (1893-1896) e loro influenza nello sviluppo di una concezione scientifica della Pedagogia.

Sacrificando alquanto la biografia di Maria Montessori (Chiaravalle, Ancona 31 agosto 1870 – Noordwijk, L’Aia 6 maggio 1952), che possiamo considerare la voce più appassionata della pedagogia scientifica in Italia e, unitamente a Sante De Sanctis (1862-1935) e Giuseppe Ferruccio Montesano (1868-1951), una delle fondatrici della psichiatria infantile italiana, il lavoro che presentiamo cerca di comprendere come il triennio formativo come studentessa di Medicina e Chirurgia abbia influito sulla nascita e sviluppo del suo pensiero pedagogico.
C’è una sorta di file rouge che, lungo i secoli della storia dell’Uomo, accomuna Pedagogia (scienza fondamentalmente umanistica ma con importanti aspetti “biologici”) e Medicina (scienza fondamentalmente biologica ma con importanti aspetti “umanistici”) le cui rispettive arti erano, nell’età classica, generalmente esercitate da schiavi o liberti. Nate dalla stessa matrice, la filosofia, questi due saperi hanno più caratteristiche e prospettive in comune di quanto un superficiale esame lasci trapelare: intanto l’oggetto e lo scopo del loro interesse scientifico, l’Uomo e la sua “Cura”, l’avere-cura (educare, curare) di Esso; la relazione-con-l’Altro e il sapere “ascoltare” che caratterizzano, e in profondità, tutta la pratica professionale del medico e del pedagogista che pongono al centro del loro interesse la Persona, bambino o adulto che essa sia. In Maria Montessori medicina e pedagogia e, più in particolare psichiatria infantile-pedagogia, hanno costituito una vera e propria diade formativa, base sicura che le ha permesso di essere sia una brava dottoressa sia colei che ha forgiato Il Metodo di una pedagogia più attenta alla Cura e all’individualità del Bambino.

1893-1896: gli anni della formazione medica

Conseguita a Roma nel 1893 la licenza in Scienze Naturali e dopo avere sostenuto i previsti due esami integrativi di italiano e di latino, la ventitreenne Montessori chiese e ottenne di essere iscritta al III anno del corso di laurea in Medicina e Chirurgia dell’Università “La Sapienza” di Roma. L’iscrizione della giovane studentessa fu accettata in seguito ad apposita delibera della Facoltà (21/1/1893) sanzionata poi dal Ministero della Pubblica Istruzione (9/2/1893), come risulta dal “Fascicolo Maria Montessori” posizione RS 212, conservato presso l’Archivio Storico dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” (Matellicani A.F., 2007).
All’epoca gli studenti laureati in Scienze Naturali che intendevano conseguire la laurea in Medicina e Chirurgia, venivano generalmente iscritti al III anno con l’obbligo, sancito dai regolamenti universitari, di assistere ai corsi di Anatomia Umana Normale, Anatomia Topografica e Istologia, con le relative esercitazioni. Nella facoltà medica la Montessori ebbe modo di seguire i corsi di Anatomia topografica, Anatomia microscopica e di Anatomia del sistema nervoso centrale curati rispettivamente da Francesco Todaro (1835-1918) medico e senatore del Regno, Michele Giuliani (1845-1894) e il neuroanatomista e neuropatologo Giovanni Mingazzini (1859-1929), suoi “vecchi” professori nel precedente corso di laurea.
Nella facoltà medica romana la Marchigiana, oltre i citati docenti, ebbe come maestri personaggi illustri, a tutt’oggi ricordati nelle pagine di storia della medicina e della politica italiane, il fisiologo e senatore del Regno Jakob Moleschott (1822-1893), in cattedra a Roma fin dal 1878; strenuo assertore, col patologo generale Giulio Bizzozero, del positivismo e del metodo sperimentale in medicina), l’anatomopatologo Ettore Marchiafava (1847-1935), l’igienista e deputato marchigiano Angelo Celli (1857-1914), il clinico medico e più tardi ministro della Pubblica Istruzione Giudo Baccelli (1832-1916), lo psichiatra e deputato marchigiano Clodomiro Bonfigli (1838-1909), il pediatra viterbese Luigi Concetti (1855-1920), per citarne alcuni.

Primo pilastro: antropologia.

Nella facoltà di Scienze Naturali, la giovanissima Montessori, oltre i citati Todaro, Mingazzini e Giuliani, ebbe come docente Giuseppe Sergi (1841-1936), illustre antropologo e fondatore del primo Laboratorio di Psicologia Sperimentale (1889) dell’ateneo capitolino che si occupava anche di temi francamente pedagogici. Il professore (il “mio Maestro” come lo chiamò nella prefazione alla montessoriana Antropologia Pedagogica del 1910), convinto assertore di una antropologia evoluzionista e sperimentalista ma con tentazioni tipicamente lombrosiane, sollecitò sempre la sua allieva a rivolgere all’educazione e all’istruzione dei “fanciulli” le conoscenze antropologiche. Sergi propose che tutti i dati antropologici, psicologici e pedagogici riguardanti gli allievi venissero raccolti accuratamente all’interno di una cartella, la cosiddetta Carta biografica. Come dire che per conoscere il bambino non è sufficiente un solo punto di vista, ma una integrazione di vari saperi, antropologia compresa. A Giuseppe Sergi <>.
La conoscenza del bambino, la valorizzazione della sua individualità, possibile grazie alla metodologia e gli strumenti dell’antropologia e della psicologia, ed è questa la lezione di Sergi che la Montessori fece propria, sarà la base della “sua” pedagogia scientifica. <>. Infatti, rimarca ancora, <>. Metodi antropometrici e osservazione continua, ripetuta e documentata del comportamento infantile (sembra quasi rimandarci all’indagine etnografica dove il modello cognitivo prevalente è appunto l’osservazione, in questo caso partecipante) che adotterà la Montessori nelle Case dei Bambini (1907), risentono indubbiamente della sua formazione scientifica, e, nello specifico, proprio di quella della scienza antropologica.
Oltre alla metodologia antropologica la giovane Montessori fece proprie, in senso squisitamente formativo, le battaglie del suo Maestro per il progresso civile della società, condividendo la lotta contro la miseria, l’analfabetismo e ribadendo la necessità di una pedagogia attenta ai bisogni educativi e di crescita personale di tutti i membri della società e, in particolare modo dei bambini. Nel 1892, nella prefazione al suo Educazione ed istruzione. Pensieri, Sergi affermava che <>. Non può non intravedersi una Antropologia, certamente scienza naturale, ma con l’altra sua faccia: quella di scienza umana. Lezione, questa, dell’antropologo Sergi, di ampia portata pedagogica! La positivistica, rigida e statica misurazione e classificazione antropologica di Sergi <>, aprendosi all’universo dinamico dell’educazione dell’Uomo: è la fondazione o, se si preferisce, l’esigenza di una pedagogia scientificamente “attrezzata”. Questo sarà il sentiero <>, indicato dal suo Maestro, che percorrerà Maria Montessori. A Educazione ed Istruzione di Sergi, come preciserà la stessa Pedagogista marchigiana, farà <>.
Il professore romano non dimenticò mai la sua promettente allieva. <> scriveva nel 1914 Sergi a proposito della pedagogia montessoriana delle Case dei Bambini, pedagogia che <>. Il “nuovo metodo” di Maria Montessori, vero approccio “puerocentrico”, metterà in discussione fino a ribaltare il modello pedagogico, allora imperante, della supremazia dell’adulto sul bambino privilegiando il principio dell’autoeducazione (il maestro deve aiutare il bambino a fare da solo), rispettando i tempi di apprendimento dell’allievo e coordinando, come un regista, l’attività didattica del gruppo-classe.

Secondo pilastro: igiene e pediatria.

Maria Montessori, grazie a Sergi maturò l’idea, tutta positivistica, che la scienza, e come darle torto, non era solo quella che si “praticava” negli istituti e nei laboratori, neutra, lontana dal mondo della “gente”, ma che, al contrario, fosse al servizio dell’umanità, proprio come la Medicina e la Pedagogia! Ma per raggiungere la sua agognata meta, diventare medico, proprio quelli Istituti e Laboratori doveva pur frequentarli! Il nuovo ambiente della facoltà medica non le era affatto estraneo. Cominciò a seguire i corsi di Anatomia Umana Normale, di Fisiologia Sperimentale, Patologia Generale e Materia Medica.
L’approccio “pratico” con la Medicina e, nel concreto proprio con l’Anatomia Umana (clavis medicinae) non fu semplice né indolore per la giovane studentessa! La visione del corpo umano dissecato la turbava non tanto perché le evocava l’immanenza della morte, ma perché la chiamava, qui e ora, all’emozionalità, tutta femminile, del confronto con il corpo e la corporeità, lei, unica donna “gettata” in mezzo ai colleghi maschi a “toccare” corpi o parti di esso. Sembra cogliersi nella studentessa marchigiana che “osservava” e “toccava” il corpo umano senza veli, freddo e inerte “deposto” sul tavolo anatomico, non tanto il distaccato sguardo e la precisa tecnica dissettoria dell’anatomico, quanto una “vicinanza” empatica, emotiva, compassionevole (“cum passio”) con l’Uomo, anche se divenuto cadavere. Si coglie nella giovane Montessori una sorta di bipolarità, mentre da un lato offre un’immagine di sé forte, temeraria, positivista, dall’altro sembra non accettare la visione troppo oggettivista del positivismo di conoscere e concepire l’Uomo, indifferente alle sue emozioni. <>, scriverà nel Il Metodo del 1909.
Il “toccare” di cui scrive la Montessori sembra infatti rimandarci più che a un atto di tecnica anatomica, a una azione “lieve”, quasi carezzevole, pietosa (“pietas”) e a una sorta di metaforizzazione, psicologica e culturale, del corpo umano stesso e ai “valori” che al corpo e alla corporeità sono socialmente attribuiti. In effetti l’attenzione al corpo, alla corporeità e alle emozioni costituirà uno dei pilastri della futura pedagogia montessoriana. Ma forse (il condizionale è d’obbligo) vi è un altro aspetto che può avere toccato la sensibilità della giovane studentessa: ci riferiamo al fatto che i cadaveri destinati alle Facoltà medico-chirurgiche per i diversi insegnamenti erano per la maggior parte persone decedute senza assistenza sanitaria, detenuti, mendicanti, sconosciuti deceduti in suolo pubblico, ospiti dei Manicomi.
Contemporaneamente alle lezioni ed esercitazioni anatomiche, la Montessori frequentava invece con molto interesse e passione le lezioni di Fisiologia con Moleschott e quelle di Igiene con Angelo Celli docenti aperti alle tematiche della medicina sociale che, in quel periodo di fine secolo, denunciava le precarie condizioni di vita, inadeguata alimentazione e scarsa igiene di larga parte della popolazione e soprattutto dei ceti più poveri.
Frequenti erano infatti rachitismo e pellagra (tipiche malattie da carenza alimentare), ma anche tisi, infezioni e malattie della pelle. Chi pagava un pesante tributo alla povertà (intesa nel senso più lato del termine), e gli elevati indici di mortalità lo documentano impietosamente, erano soprattutto i bambini delle classi sociali più disagiate, sottoalimentati, non istruiti utilizzati come forza-lavoro per incrementare i bilanci familiari. Ma vi era un altro fenomeno di cui si interessarono molti studiosi (specialmente giuristi, pedagogisti e antropologi) e medici (soprattutto antropologi criminali, medici legali, psichiatri e igienisti) tra la fine del XIX secolo e i primordi di quello successivo e che contribuì alla nascita della Psichiatria Infantile: stiamo alludendo al fatto che l’industrializzazione e, soprattutto, il crescente urbanesimo favorirono il rapido aumento della delinquenza minorile e l’emergere del problema dell’inserimento sociale dei fanciulli “deficienti”, come all’epoca venivano classificati.
Moleschott e Celli, seppero trasmettere alla loro allieva l’ideale di una Medicina che, oltre a interessarsi di malati e malattie, guardava al “sociale”, educava e istruiva –vera Igiene pedagogica- col dichiarato obiettivo di debellare quattro grandi mali dell’epoca: ignoranza, povertà, sottoalimentazione e pregiudizi. Una siffatta Medicina non poteva certamente rinchiudersi intra moenia nelle divisioni ospedaliere o negli istituti e cliniche universitarie ma, al contrario, cercava alleati, soprattutto con l’istituzione scolastica, nella battaglia contro le precarie condizioni igienico-sanitarie in cui versava gran parte della popolazione e contro <>. Le lezioni di Igiene Sperimentale e Igiene applicata alla Polizia Sanitaria del marchigiano Celli, in cattedra dal 1886, avvicinarono la Montessori ai grandi temi della medicina sociale. Fondatore, nel 1890, della Società di Igiene e Medicina Tropicale e nel 1898, con G. Fortunato e L. Franchetti, della Società per gli Studi sulla Malaria, fautore della profilassi antimalarica con un approccio sperimentale, si occupò anche dell’assistenza sanitaria e dei problemi dell’infanzia. Nel 1892, per iniziativa della “Società Soccorso e Lavoro”, l’igienista fondò a Roma l’ambulatorio “La Scarpetta” destinato che, oltre all’assistenza medico-pediatrica ai bambini poveri, si proponeva anche il dichiarato obiettivo, di grande respiro pedagogico, di insegnare ai genitori e alle persone più bisognose a sapersi servire dell’assistenza sanitaria gratuita. Nell’ambulatorio trasteverino prestavano servizio volontario, accanto alle donne aderenti all’Associazione Femminile, la giovane moglie di Celli, Anna Fraentzel e la studentessa Montessori.
Un grande impulso a interessarsi dei problemi dell’infanzia “disagiata”, ma da un punto di vista francamente medico, venne alla Montessori dalla frequenza alle lezioni di Patologia e Clinica Pediatrica impartite nell’ateneo capitolino dal viterbese Luigi Concetti (1855-1920) e seguitissime dagli studenti. Fin dal 1871-72 le patologie pediatriche venivano comprese all’interno dell’insegnamento di “Ostetricia e malattie speciali delle donne e dei bambini” (ricoperto da Ercole Pasquali) che, a discapito del nome, si occupava prevalentemente delle patologie dei neonati. A partire dal 1896, grazie all’allora Ministro della Pubblica Istruzione Guido Baccelli, venne istituita la prima vera cattedra di Pediatria, affidata appunto al Concetti, che si occupò finalmente anche delle malattie dei bambini e degli adolescenti.
Veramente imponente appare la produzione scientifica del pediatra viterbese, fra i primi nel nostro Paese ad applicare la sieroterapia antidifterica, a studiare la meningite cerebro-spinale epidemica e altre forme di meningite, la pratica –allora temutissima- della puntura lombare nei bambini, per citare solo alcuni dei suoi contributi scientifici. Ma oltre che valente clinico, scienziato e docente, viene ricordato anche come attivissimo nel campo della pediatria sociale, promotore primo Congresso Italiano di Pediatria (1890), socio fondatore e poi presidente della Società Italiana di Pediatria (1903) e cofondatore, con Giuseppe Mya, della “Rivista di Clinica Pediatrica” (1904).
L’influenza degli insegnamenti e l’esempio “sul campo” dei suoi Maestri, Sergi, Moleschott, Celli e Concetti, trovarono terreno fertile nella studentessa marchigiana che già, come visto, aveva rivolto il suo interesse verso le tematiche dell’infanzia “disagiata” in un’ottica medico-sociale e ancora timidamente pedagogica.

Terzo pilastro: psichiatria.

Ventidue anni prima della laurea della Montessori, nel 1874, in occasione dell’XI Congresso degli Scienziati Italiani, venne fondata a Roma la “Società Freniatrica Italiana” che, pur ribadendo il carattere medico della Freniatria, intendeva costituirla quale disciplina autonoma della Medicina avente per oggetto proprio lo studio dell’anatomia, fisiologia e patologia del cervello e del sistema nervoso; psichiatri e neurologi lavorarono fianco a fianco fino al 1907, anno di costituzione della Società Italiana di Neurologia Uno dei primi atti della neonata associazione fu quello di uniformare la classificazione delle malattie mentali, avviare un’indagine statistica sulle patologie psichiatriche in Italia e studiare un nuovo regolamento per gli “Asili Mentali”. Nel 1875 l’allora Direttore dell’Asilo Mentale Reale di Reggio Emilia, Carlo Livi (1823-1876), studioso di problemi psichiatrico-forensi, fondò la “Rivista Sperimentale di Freniatria e di Medicina Legale in relazione con l’Antropologia e le Scienze Giuridiche e Sociali” che per oltre un trentennio fu la “vetrina” della psichiatria italiana nel mondo. Sotto la direzione di Augusto Tamburini (1848-1919), psichiatra e allievo del Livi, la Rivista Sperimentale di Freniatria si fuse, nel 1877, con gli “Annali Frenopatici Italiani” (giornale che dal 1863 rappresentava il R. Morotrofio di Aversa e la Società Frenopatica Italiana fondata nel 1861 da Biagio Miraglia) e, nel 1891, con il periodico ”Archivio Italiano per le Malattie Nervose e più particolarmente per le alienazioni mentali”, fondato da Andrea Verga nel 1864. Nel 1896 vede la luce la “Rivista di patologia nervosa e mentale” fondata da Tamburini, Enrico Morselli (1852-1929) e Eugenio Tanzi (1856-1934) la cui direzione, nel 1906, passerà a Ernesto Lugaro (1870-1940) allievo del Tanzi. Nel 1897 Ezio Sciamanna, direttore della clinica psichiatrica di Roma, e Giuseppe Sergi fondano la “Rivista quindicinale di psicologia, psichiatria, neuropatologia”.
Anche i luoghi della carità e dell’assistenza ai “poveri mentecatti”, così come avvenne anche per gli ospedali generali, si clinicizzano sempre più divenendo dapprima “Asili Mentali” e, in seguito, Manicomi, luoghi di custodia e cura. Dalla seconda metà del XIX secolo il Manicomio diverrà anche luogo di studio e di ricerca sulle “sedi” e “cause” delle malattie del cervello ma anche l’ospedale di riferimento per neurologi e psichiatri; al suo interno troveranno posto diversi servizi, da quello anatomopatologico (nella cartella clinica vi era una sezione dedicata dapprima alla “sezione cadaverica” modificata, a partire dagli Anni ’70, dalla dicitura “reperto necroscopico”) ai vari Gabinetti e Laboratori destinati non solo alla pratica clinica, ma anche alla ricerca neuropatologia.
Al S. Maria della Pietà, per rimanere circoscritti al Manicomio romano che la Montessori frequentò come tirocinante e come medico, si era oramai compiuto il passaggio dalla scienza alienistica di Domenico e Giovanni Gualandi (padre e figlio) alla neuropatologia e clinica neuropatologica di Giuseppe Mingazzini e Clodomiro Bonfigli. Nel 1895 contemporaneamente alle lezioni di Clinica Psichiatrica, impartite dal marchigiano prof. Bonfigli, l’oramai laureanda Maria Montessori, concluderà la sua formazione universitaria come studentessa interna della Clinica Psichiatrica universitaria, diretta da Ezio Sciamanna (1850-1905) e all’epoca accorpata al S. Maria della Pietà. In quell’anno l’intero corso di Clinica Psichiatrica fu dedicato dal Bonfigli, particolarmente interessato al problema dei bambini “deficienti”, al rapporto tra educazione infantile e malattia mentale; veniva ribadita l’importanza, per i bambini, di ricevere una congrua (non carente) educazione che permettesse un “sano” sviluppo del carattere e del senso morale. specialmente per quanto riguardava lo sviluppo del carattere e la costruzione del senso morale. Finalmente una Medicina che, più vicina all’ideale che andava maturando sempre più la giovane Montessori, si occupava non solo del corpo, ma “andava verso” la Persona proponendosi come una delle possibili risposte non solo contro le malattie, ma anche per contrastare la miseria e la povertà che ancora interessavano larghe masse del Regno d’Italia.
Nell’anno 1895-96, durante il suo internato nella clinica psichiatrica romana vennero esaminati diversi casi di allucinazioni alcuni dei quali, dietro precisa autorizzazione del Bonfigli, vennero seguiti direttamente da lei direttamente e da Sante De Sanctis (allievo del Sergi e di Sciamanna) assistente dal 1892 nella Clinica Psichiatrica. La casistica clinica le servì a sostegno del lavoro di tesi su “Contributo clinico allo studio delle allucinazioni a contenuto antagonistico” che discusse il 10 luglio del 1896 con il Prof. Ezio Sciamanna.

Neuro(bio)logia, educazione, cultura, apprendimento: la neuropedagogia.

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Mag 062011
 

Ignazio Lai
Neuro(bio)logia, educazione, cultura, apprendimento: la neuropedagogia.
Nell’ottica biopedagogica, termine coniato dal biologo, etologo e filosofo francese Laborit, “interessarsi” al cervello umano non significa scrutare un organo, bensì considerarlo in rapporto alla totalità-corpo e alla cultura dove questa totalità vive, si struttura e si organizza. Totalità “organizzata” bene rappresentata dalla pedagogia che si interessa a tutte quelle condizioni che permettono all’uomo di passare dall’etero- all’autoeducazione ovvero la sua capacità di costruire il proprio <> (Larocca, 1994, p. 35). Il passaggio all’autoregolazione è di fondamentale importanza nella prassi educativa! Infatti la maggior parte degli apprendimenti si attua per mezzo della trasmissione culturale e gli attori coinvolti (genitori, insegnanti, formatori, educatori) giocano un ruolo fondamentale non solo come “trasmettitori” di conoscenze, ma anche come mediatori tra il soggetto e la nozione da apprendere. Non solo, tutti i processi di apprendimento possiedono importanti dimensioni, socioculturale (il gruppo di appartenenza) e ambientale (la realtà “distribuita” tra il soggetto e “l’intorno”, comprese le relazioni), che partecipano attivamente, sia come quadro di riferimento valoriale (che danno senso a ciò che facciamo), sia fonte di stimoli (si pensi, per fare un solo esempio, alla richiestività ambientale e/o agli innumerevoli stimoli che possono interferire nel processo apprenditivo o educativo). Le dimensioni bioeducativa e neuropedagogica, rimarcando il rapporto mente/cervello e apprendimento/conoscenza, mostrano le strette connessioni tra processi formativi, aspetti biologici e educazione. L’azione educativa orientata a sviluppare le capacità esistenti o a crearne di nuove è dunque il perno intorno al quale ruotano studi e ricerche bio-neuropedagogiche che hanno dimostrato abbondantemente l’importanza di potere disporre (anche “costruendoli”, come nell’atto educativo) di stimoli “coinvolgenti” in grado di modificare biochimicamente le reti neuronali dell’individuo. Il concetto neuropedagogico di educazione riguarda dunque non solo la formatività dell’Uomo, ma anche la sua educabilità neuronale intesa in termini biologici di plasticity. In una prospettiva antropologico-evoluzionista (evolutionary perspective) e biologico-pedagogica (bio-pedagogical perspective), possiamo intendere l’educazione come un processo di apprendimento sociale che consente agli individui di maturare ed emettere comportamenti adattivi all’ambiente e ai vari cambiamenti ambientali, spesso assai rapidi, che garantiscono il mantenimento in vita dell’organismo e il passaggio con successo alle generazioni future. L’apprendimento così inteso, oltre che essere un garante dell’evoluzione della specie ribadisce ancora una volta che il soggetto che apprende e il suo ambiente sono da intendersi come una unità di apprendimento.
L’apprendimento è un complesso processo mediante il quale gli individui acquisiscono, elaborano e trasformano nuove conoscenze. Pur essendoci circa una decina di teorie sull’apprendimento, le più “accreditate”, soprattutto per le ricadute didattiche, sono quelle di matrice comportamentiste (associazione S-R, viene studiato analizzando le connessioni fra stimoli e risposte: fatto “molecolare”) e cognitivististe (processo conoscitivo che trae origine dal bisogno di costruzione e di strutturazione del reale, implicito nell’interazione io/ambiente; viene studiato analizzando i cambiamenti che avvengono nelle strutture cognitive del soggetto e nella sua personalità: fatto “molare”). Accanto a queste teorie “forti” si colloca quella fenomenologica-umanistica che considera l’apprendimento come un fatto globale che interessa l’individuo, la sua personalità che viene co-involta in questo processo non solo a livello cognitivo, ma anche emotivo e affettivo. Apprendimento dunque collegato al bisogno di crescita individuale e in grado di ristrutturare la personalità di chi apprende; modello questo di interesse non solo didattico, ma anche clinico. Apprendere significa acquisire conoscenze (esperienze) in grado di modificare in maniera duratura i comportamenti di un organismo. Tutti i professionisti che si occupano di apprendimento, primi fra tutti gli insegnanti, quotidianamente sperimentano che esso è influenzato da fattori affettivi, relazionali, emozionali, stress acuti e cronici; gli stessi fattori che influenzano la funzionalità immunitaria e, in ultima analisi, la salute. Se è vera l’unità organismo-ambiente, lo è altrettanto l’impossibilità di separare l’organismo dal suo ambiente all’interno del quale esso si organizza e vive le quotidiane esperienze che, oramai è assodato, contribuiscono a plasmare il cervello umano provocando l’attivazione di determinati circuiti neuronali, consolidando sinapsi preesistenti o creandone di nuove. Già dal 1982 il viennese Eric R. Kandel, americano di adozione, studiando l’Aplysia Californica, evidenziava come l’apprendimento producesse cambiamenti nelle strutture neuronali (Kandel E.R, Schwartz J.H., 1982); a più riprese, estese le sue brillanti osservazioni anche alla psicoterapia che, considerata una forma di apprendimento, produceva pure essa mutamenti nel cervello (Kandel, 1989, 1998). Vi sono oramai evidenze empiriche che dimostrano come, tra il bambino e il primary caregiver, le esperienze interpersonali precoci (interazioni emozionali) sono in grado non solo di sviluppare le capacità cognitive, ma anche di fungere da regolatori (o disregolatori) di ormoni che influenzano direttamente la trascrizione genica (Schore, 1996, 1999, 2003; Pally, 2000). Viceversa, l’assenza di esperienze, ma anche gravi carenze di cure educative possono condurre a fenomeni di “pruning and truncation” (potatura e eliminazione) di elementi non utilizzati e, nei casi più gravi, anche a necrosi degli elementi cellulari; se ciò accade nei periodi critici dello sviluppo, può dare origine o esacerbare anche problematiche neuropsichiatriche. Sembrerebbero essere state individuate le aree cerebrali dove vengono attivati gli schemi neuronali scaturiti da esperienze traumatiche vissute nell’infanzia, come, per esempio, l’abuso sessuale, il maltrattamento fisico e/o psicologico e l’abbandono. <> scriveva LeDoux (1996, p. 252).
Lo sviluppo del cervello, in altri termini, è un processo esperienza-dipendente (Siegel, 2001); spetterà all’educazione (intesa in senso lato) il compito di “umanizzare” il cervello e di permettere a ciascun individuo di divenire un’entità unica, non uguale a nessun’altra. Molte scienze, tra le quali la stessa neuropedagogia e la neurodidattica devono molto alla scoperta della plasticità neuronale ovvero al fatto che il cervello umano è in grado di produrre costantemente neuroni il cui numero e forza connettiva sono, come visto, influenzate dall’esperienza. Quando il gene è stato attivato da processi di sviluppo cellulare, l’espressività genica è fortemente regolata/influenzata dai fattori/segnali ambientali che si manifestano nel corso della vita; è proprio l’interazione fra le cellule che rappresenta il principale fattore che dirige il corretto assemblaggio del cervello. Successivamente saranno l’esperienza, i nuovi apprendimenti e la cura educativa tout court a forgiare e regolare l’efficacia di nuove connessioni interneuronali, intervenendo, in tal modo, nel processo di modificazione strutturale e funzionale del cervello. La struttura fisica del cervello dunque non si sviluppa solo perché le viene garantita una funzione trofica ma anche perché i nuovi apprendimenti e l’esperienza favoriscono nuove connessioni neuronali e conseguente secrezione di neurotrasmettitori chimici che facilitano la trasmissione dell’informazione da un lato e la conseguente attivazione di funzioni cognitive specifiche dall’altro.
Appaiono di straordinaria importanza, in un’ottica neuropedagogica e neuroeducativa (neuropedagogia a orientamento riabilitativo), i risultati di ricerche elettrofisiologiche e di neuroimaging sulla plasticità cerebrale che hanno dimostrato come le zone del cervello normalmente (nel senso di individui senza patologie neurosensoriali) preposte all’analisi delle informazioni uditiva e visiva, negli individui adulti non-udenti o non-vedenti, vengono attivate da stimoli sensoriali differenti (Neville et al., 1998; Neville, Bavalier, 1998). Ciò a conferma di quanto si scriveva, ovvero che l’organizzazione funzionale del cervello è certamente determinata biologicamente, ma che apprendimento ed esperienza e, non ultima, l’educazione, risultano fondamentali nella sua futura maturazione e/o (ri)organizzazione. L’educazione quindi è un atto intenzionale che “indirizza” l’organismo (corpo-mente-cervello) a interagire con l’ambiente esterno e, soprattutto nella prima infanzia (primi tre anni di vita), favorendo l’apprendimento-esperienza, sembra avere maggiori effetti sulla maturazione (“assemblaggio”) del cervello consentendo la creazione di un numero elevatissimo di connessioni neuronali. Numerosi studi di imaging funzionale hanno infatti evidenziato variazioni di forza delle connessioni neurali durante l’attività di alcune regioni cerebrali dopo l’apprendimento. Da un punto di vista filogenetico l’evoluzione del sistema nervoso ha permesso anche l’affinarsi evolutivo dei saperi e questo in un processo ciclico che continua tutt’ora; l’educazione in questo processo non gioca un ruolo marginale: tutt’altro!
Dopo quanto scritto, possiamo in sintesi definire l’educazione “naturale” come un processo tendente a insegnare al cucciolo di uomo abilità (cognitive, emotivo-relazionali e comportamentali) che garantiscano all’individuo la piena crescita personale, autonomia e adattabilità ambientale. In questo modello “naturale”, come meglio specificheremo, grande importanza acquisiscono tutti quei processi di Cura educativa entro cui sono compresi anche le prime relazioni che il neonato instaura col caregiver e dalla cui qualità dipenderanno i futuri comportamenti sociali dell’adulto. L’educazione è dunque un potente dispositivo che “insegna” al cervello a essere proattivo, ovvero essere in grado di anticipare le azioni, in qualche modo già contenute in esso (Gamelli, 2005, p. 48). La scoperta dei neuroni specchio (anni Novanta del XX secolo) ci fa inoltre comprendere che <> (Bellatalla, 2006, p. 58).
L’educazione professionale possiamo invece intenderla come un sistema intenzionale e pianificato che, attraverso la relazione educativa, tende a modificare l’”esistente”: per esempio, incrementando abilità, riducendo comportamenti disfunzionali, incrementando stili di vita salutari, fino a modificare –che lo si voglia o no- la stessa struttura di personalità. Il citato documento del Comitato Nazionale di Bioetica è esplicito al riguardo: l’educazione si può intendere <> (Bioetica con l’infanzia, 1996, pp. 39-40). La neuropedagogia, rimandando alle neuroscienze e alle stesse scienze dell’educazione una visione più completa, meno frammentata di educazione e di apprendimento, rimarca il concetto bioeducativo che education (intesa nel senso di educazione e di istruzione) e learning sono sia prodotti culturali che processi biologici. Educare e apprendere esemplificano più di altri l’unità mente-cervello-corpo: infatti nella persona che viene educata o che apprende si attivano processi cerebrali (mentali) dovuti ai vari circuiti tra neuroni che, attraverso il corpo di cui essi fanno parte, compiono esperienze educative e di apprendimento. È intuibile l’interazione educazione-ambiente-biologia e, da un punto di vista neuropedagogico, non si può non concordare col filone di studi che sostengono le complesse interazioni tra geni e ambiente nella “messa in forma” della struttura cerebrale che si sviluppa certamente su basi geneticamente determinate, ma solo in risposta a precisi stimoli ambientali, tra cui, appunto, l’educazione e l’apprendimento.
Ma nel setting educativo il pedagogista e l’educatore professionale devono avere chiara anche la capacità di mettere in relazione gli “eventi” cerebrali con le esperienze personali che un determinato individuo esprime attraverso il proprio corpo sia a livello descrittivo (gestuale e verbale) che narrativo. Il pedagogista e l’educatore, in altri termini, devono “possedere” una (neuro)biologia capace di superare non solo la contrapposizione natura-cultura (Tort, 1996), ma anche di avere ben chiaro “dove” agisce il loro “fare” educazione professionale. Ci stiamo riferendo a una pedagogia “psicosomatica” (pedagogia del corpo), a una pedagogia cioè che ha bene chiara intanto la relazione che intercorre tra la mente e il corpo e quindi cosciente del fatto che l’educazione si riferisce alla totalità mente-corpo e che l’educare “sviluppa” il cervello. Un esempio chiarirà meglio il concetto. Quando un educatore, in presenza di un bambino interessato da ADHD, attua un trattamento psicopedagogico utilizzando la tecnica delle autoistruzioni verbali o incrementando abilità di problem-solving, su “che cosa” (il “chi” è abbastanza chiaro: il bambino nella sua totalità e irripetibile individualità) sta realmente operando? La risposta appare scontata: sulla totalità corpo-mente-cervello, definita da Damasio <> (Damasio, 2003b, p. 233). L’educare e il formare si riferiscono a un corpo da “ascoltare”, fatto anche di gesti e movimenti, inteso sia come entità biologica che come fenomeno storico e culturale.
Ancora, quando un pedagogista ascolta il racconto-narrazione di una qualsiasi Persona con cui entra in relazione professionale, oltre che percepirla “fisicamente” (immagine, odori, sensazioni, ecc.), attribuisce un proprio significato ai suoni e alle frasi, le comprende, traducendole quindi in un lessico pedagogico, per poi riformularle a quella determinata persona in termini a lei comprensibili e condivisibili. Siamo nel cosiddetto livello comunicativo-informazionale (costituito da tutte le strategie comunicative e informative messe in atto dai soggetti coinvolti) e nel livello significativo (i significati che i soggetti coinvolti assegnano ad ogni evento e che possono anche essere dissonanti) che molta importanza hanno nella relazione professionista-cliente o medico-paziente. Per la pedagogia (neuro)biologicamente fondata il ciclo ermeneutico (traduzione e transduzione) si spiega (e si basa) anche su ben precisi processi cognitivi e neurofisiologici: questo per ribadire ancora una volta che un organismo è una unità psicofisica, ovvero corpo-mente-cervello che <> (Damasio, 2003b, p. 232). L’attività cerebrale <> (Damasio, 2003b, p. 232). E il corpo? Cervello e corpo, sostiene Damasio, <> (Damasio, 1995, p. 138). Non solo! Il corpo è co-involto nel processo intellettivo e in quello decisionale, la “razionalità all’opera”, come lo chiama Damasio. Il seguente passo è illuminante: <> (Damasio, 1995, p. 245). Non è questa la sede per occuparci più in profondità dell’ipotesi del “marcatore somatico”, ci limiteremo a richiamare un breve passo del neurobiologo portoghese che ci lascia intendere la funzione di segnale di allarme del marcatore e che permette di “indirizzarci” verso una decisione o soluzione di un problema. Ecco la descrizione che ci lascia Damasio. <> (Damasio, 1995, p. 246). Dunque il marcatore somatico, sotto forma di immagine nella mente e di stato somatico nel corpo, inibisce o incentiva (rende più efficiente) l’assunzione di una determinata decisione: <> (Damasio, 1995, p. 245). I marcatori somatici, continua Damasio <> (Damasio, 1995, p. 245). E’ una mente incarnata quella che propone l’approccio neurobiologico di Damasio, dove non trovano posto le divisioni manichee mente-cervello e mente-corpo e ben lontana dal modello della scienza cognitiva, nelle varianti funzionalista e computazionalista, che metteva la mente fuori dal corpo. Il cervello <> (Damasio, 2003b, pp. 213-214). Ovviamente per fare questo, un organismo deve possedere una mente che gli consenta di avere il senso del sé (sense of the self) e il sentimento di sapere (the feeling of knowing) di sé perché dotato di coscienza (consciousness). L’ipotesi damasiana rispecchia esattamente l’orizzonte di senso della Pedagogia e della “pratica” dell’educazione: educare significa condurre l’organismo-Uomo sia al “senso-di-sé” sia al “sapere-di-se” per insegnargli a preoccuparsi e avere cura per la sua vita stessa. Probabilmente la Cura educativa possiamo considerarla, da un punto di vista filogenetico, una primigenia e arcaica funzione definibile anche in termini di apprendimento senso-motorio legata all’esigenza di mettere a punto strategie di difesa e di attacco legate a meccanismi di conservazione e riproduzione della specie. Con l’evoluzione della neo-corteccia e del sistema limbico la Cura ha acquisito una forma molto vicina a quella di un sapere emozionale che ha permesso alla specie Homo di essere consapevole della relazione emozionale con l’Altro e di controllare l’emissione e l’articolazione di suoni (linguaggio articolato) che potevano ora essere tradotti emozionalmente e che, dunque, assumevano precisi segnali di “legame interessato” (attaccamento) non solo nella dimensione più biologica di accudire, allevare, proteggere, ma anche in quella più culturale di orientare i suoi piccoli e perpetuare la propria esistenza lungo il Tempo. Vi sono parallelismi tra cura educativa materna e interazioni madre-bambino (sistema di attaccamento): queste ultime sono comunque un aspetto della prima. Infatti la cura educativa cui sono sottesi importanti processi cognitivi quali attenzione e memoria, input sensoriali e motori, include scambi relazionali affettivi, emotivi, di accudimento, ma l’obiettivo educativo “programmato” è, in ultima analisi, quello di sviluppare nel bambino comportamenti di sempre maggiore autonomia dalle figure parentali. Certamente anche la Cura educativa (stiamo alludendo a quella parentale) così come Bowlby aveva ipotizzato per l’attaccamento, ha una base genetica e precisi aspetti neurobiologici (Marazziti et al. 2008). L’evoluzione del sistema nervoso ha dunque permesso nella specie Homo la parallela evoluzione della Cura educativa (atto intenzionale tipicamente umano): con essa e grazie a essa l’Uomo non solo “esiste” ma “è”. La Cura educativa, legame biologico originario ha permesso all’Uomo di essere e di esser-ci anche in relazione alle “cose” della quotidianità, costruendo contesti culturali, materiali, relazionali ed esperienziali. Ancora una volta ritorna l’unità corpo-mente-cervello-cultura.
Emozioni (non importa se espresse in termini di feeling, sentimento da Damasio o in quelli di emotion, emozione da LeDoux) e coscienza non sono dunque separabili: la coscienza “si manifesta” come il sentimento di un “accadere”, un sentire profondo di quello che succede (the feeling of what happens) e che accompagna la creazione delle relative immagini all’interno del nostro organismo. Va comunque precisato che un organismo potrebbe rappresentare in schemi neurali e mentali un particolare stato (sentimento), senza avere coscienza (sapere) che quel sentimento sta avendo luogo. Occorre dunque distinguere –secondo Damasio- tra sentire e sapere di avere un’emozione (insieme di risposte complesse chimiche e neurali, molte delle quali si possono osservare esternamente), un sentimento (esperienza mentale di un’emozione), perché il sentire non implica necessariamente che l’organismo che sente abbia piena coscienza di quell’emozione e di quel sentimento. Le emozioni, secondo Damasio, sono processi biologici ben determinati, dipendenti da strutture cerebrali (una piccola area delle regioni subcorticali deputate alla regolazione e alla rappresentazione degli stati corporei) frutto di una lunga storia evolutiva. Infatti, l’osservazione che alcune risposte emotive, soprattutto le espressioni facciali, si presentino pressoché simili in tutte le culture umane, ha fatto ritenere a tanti studiosi, tra i primi Darwin, che vi fosse una origine biologica.
Le emozioni, manifestandosi attraverso il corpo, possono perfino alterarlo: si pensi, per esempio, al rossore, all’alterazione del ritmo cardiaco (bradi- o tachicardia) o respiratorio (bradi- o tachipnea), così come possono influenzare e/o alterare i circuiti cerebrali e gli schemi neurali. L’ippocampo e l’amigdala sono le formazioni del sistema limbico più direttamente coinvolte nella modulazione delle emozioni, nella formazione della memoria recente, nella regolazione delle risposte viscerali immediate, nell’induzione del comportamento aggressivo e nella capacità di riconoscere le espressioni di paura sul volto e attraverso la voce. La relazione emozioni/prosodia (componente emozionale del tono della voce) e emozioni/espressioni facciali (gioia, paura, disgusto, paura, sorpresa, rabbia, tristezza) rivestono una grande importanza nei vari setting pedagogici perché permettono di comprendere lo stato mentale della Persona cui è rivolta l’azione educativa. I collegamenti fra amigdala e ipotalamo, dove sembrerebbero originarsi le risposte emotive, permettono dunque alle emozioni di influenzare gli apprendimenti e la memorizzazione: l’educatore, l’insegnante, ma anche il pedagogista clinico, il riabilitatore e lo psicoterapeuta possono ingenerare meccanismi di apprendimento e memorizzazione grazie alle emozioni.
Da quanto scritto appare evidente che l’educazione professionale rappresenta una modalità di trattamento in grado di apportare, sia dei miglioramenti a livello clinico, sia dei significativi cambiamenti a livello cerebrale. Non esistendo in letteratura studi sul rapporto educazione-modificazione cerebrale, dobbiamo necessariamente prendere in considerazione ricerche sperimentali psicologiche e psicoterapeutiche condotte soprattutto in ambito psichiatrico. Questi studi hanno evidenziato che la psicoterapia apportando, nei pazienti psichiatrici studiati, significativi cambiamenti nell’attività neuronale di specifiche aree del cervello (soprattutto corticali e/o sottocorticali) e che, tali modificazioni appaiono correlate al miglioramento clinico, sintomatico, di questi pazienti. L’analogia dell’intervento pedagogico professionale con quello psicoterapeutico non sembri un passo azzardato: tutti e due gli approcci, percorsi di aiuto dell’uomo con e sull’uomo, si basano su alcuni punti comuni, il linguaggio, la relazione, le tecniche. Così come per le psicoterapie, anche l’educazione professionale e le pedagogie a indirizzo clinico e riabilitativo permettono all’individuo il raggiungimento della consapevolezza: dei ricordi, delle emozioni, degli stili di coping, per citarne alcuni.
(Orientamenti Pedagogici, luglio-agosto 2010)

Workshop La norma come forma della realtà

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Mag 052011
 

Workshop
La norma come forma della realtà
Giovedì 12 maggio 2011, ore 16

Wojciech Zelaniec
(Uniwersytet Gdanski, Visiting Professor dell’Università di Cagliari)
Regole costitutive come forma d’espressione
della natura umana

Corrado Roversi
(Università di Bologna)
Idealtipi per una fenomenologia ludica

***
Aula Arcari
Viale Sant’Ignazio 86
Cagliari

Esito test di autovalutazione di Farmacologia (Corso pari 2011)

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Mag 042011
 

E ‘ stato pubblicato l’esito del test di Farmacologia del 02 Maggio 2011.

Per ogni chiarimento e per informazioni, o per segnalare possibili errori,  rivolgetevi a me  durante gli orari per il ricevimento e le telefonate.

Marco Pistis

Risultati esame 02 Maggio 2011

Orario per il ricevimento e per le telefonate:

Martedì 11.00-12.00

Giovedì 11.00-12.00

Risonanza Magnetica in Medicina: ISMRM

 Fisica Medica  Commenti disabilitati su Risonanza Magnetica in Medicina: ISMRM
Apr 272011
 

La capacità della risonanza magnetica (RM) di estrarre informazioni strutturali e funzionali a livello di molecole e tessuti biologici anche in vivo ha prodotto negli ultimi anni lo sviluppo di diagnostiche caratterizzate da una sempre maggiore sensibilità e specificità per diverse patologie di alto impatto sociale. La RM, sia a livello nucleare (RMN) che elettronico (EPR electron paramagnetic resonance) forniscono una grande quantità di dati morfoligici e funzionali sia per l’Imaging che per l’analisi in vitro.
In particolare modo la RMN ha permesso di avanzare nella comprensione dei meccanismo di esordio e sviluppo di patologie invalidanti con un particolare riguardo alla diagnosi precoce di malattia, condizione spesso importante per la decisione di inizio trattamento per patologie da cui non si guarisce. L’esempio della grande importanza che hanno i reperti di RMN nella diagnosi di Sclerosi Multipla nei criteri di McDonald.
In Italia opera dal 2006 il Chapter italiano dell’ISMRM, ovvero della Società Internazionale di Risonanza Magnetica in Medicina (ISMRM). L’Associazione ha come obiettivo la stimolazione della ricerca e sviluppo di risonanza magnetica in medicina, favorendo la comunicazione e la collaborazione tra i centri di risonanza magnetica in Italia e all’estero, la promozione di programmi di educazione e di studio, migliorare l’occupazione e le condizioni di lavoro nel settore fornendo agli operatori informazioni e consulenza, ad esempio, sui problemi di sicurezza dei lavoratori.
Luigi Barberini

Dottorati

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Apr 202011
 

Dottorati di ricerca

  • Università di MilanoDottorato in Filosofia del diritto nell’ambito della scuola di dottorato in Scienze giuridicheResponsabile locale Prof.ssa Anna Pintore
  • Università di FerraraDiritto CostituzionaleResponsabile locale Prof. Gianmario Demuro
  • Università di PisaScuola di Dottorato in Diritto pubblico e dell’economia con sede in Pisa, indirizzo in Diritto dell’economia e delle finanzeResponsabile locale Prof.ssa Lucia Cavallini
  • Università di TriesteDiritto dell’Unione EuropeaResponsabile locale Prof.ssa Isabella Castangia
  • Università di CagliariDipartimento di Diritto pubblico e di Studi sociali Diritto dell’attività amministrativa informatizzata e della comunicazione pubblica - Coordinatore Prof.ssa Paola Piras

Incontro A.N.A. Sardegna

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Apr 122011
 

Venerdì 15 Aprile, dalle 15:30 alle 17:30, presso l’Aula Verde del Dipartimento di Scienze Archeologiche e Storico artistiche dell’Università degli Studi di Cagliari, si terrà un incontro dell’Associazione Nazionale Archeologi, sezione Sardegna, dal titolo “Le attività svolte, i progetti futuri”. Durante l’incontro saranno illustrate dai membri del direttivo regionale le attività svolte dalla nascita della sezione Sardegna ad oggi e quelle in programma per una sempre maggiore tutela della professione di archeologo e dei relativi diritti.

Gli interessati potranno sottoscrivere la tessera dell’Associazione Nazionale Archeologi-Sardegna

Resoconto delle sedute del 29 marzo e del 6 aprile

 resoconti  Commenti disabilitati su Resoconto delle sedute del 29 marzo e del 6 aprile
Apr 082011
 

Cari tutti,

il 29 marzo la Commissione Statuto si è riunita per discutere degli emendamenti al testo riguardante i tre principali organi di governo del nostro ateneo, vale a dire Rettore, Senato Accademico (SA) e Consiglio di Amministrazione (CdA). Il 6 aprile la commissione ha incontrato i componenti del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione attuali, per un confronto sulla parte del testo fino a qui discussa. E’ importante sottolineare che la discussione è aperta e che nessuna parte dello statuto è considerata definitiva, ma un “work in progress” sul quale necessariamente dovremo tornare.

La strutturazione dei tre organi di governo al vertice dell’Ateneo è chiaramente un punto nodale dello statuto, essendo questi poi inscindibilmente legati al come verranno progettati i Dipartimenti e le strutture di raccordo. A queste strutture nel testo darò il nome di Scuole per evitare confusione con le attuali Facoltà, anche se nel testo finora discusso queste strutture sono chiamate Facoltà.

Ci sono numerosi punti chiave nella discussione che è stata affrontata sulla questione dei poteri da attribuire ai tre organi, dato che tutti, anche se non nello stesso modo, vogliamo che lo statuto permetta, nei limiti del possibile, un riequilibrio di poteri in particolare tra Senato e Consiglio di Amministrazione.

La discussione è stata vivace sia in commissione che nell’incontro con CdA e SA che ha visto alcune voci critiche levarsi contro alcuni punti dello statuto indicandone alcune debolezze. A mio avviso quell’incontro ha messo in evidenza quanto sia cruciale rendere il processo di diffusione dell’informazione “in itinere” dello statuto il più aperto possibile, essendo chiaro a tutti che si tratta di bozze in lavorazione, per aumentare da un lato la consapevolezza di tutti dei vari aspetti della discussione ma anche perché molte delle scelte sono di grande rilevanza per tutti e di conseguenza il contributo di tutti è importante.

Qui di seguito trovate unan descrizione più dettagliata dei vari punti seguita da alcune considerazioni. La prossima riunione della commissione è prevista per il 12 aprile con all’ordine del giorno dipartimenti e strutture di raccordo.

Cordialmente,

Guido Mula

*********************************

RETTORE

Allo stato attuale della discussione il Rettore propone al SA i nomi dei componenti del CdA, che il SA deve approvare con una maggioranza di 2/3 dei partecipanti al voto (non dei componenti dell’organo). Il Rettore inoltre presiede sia il CdA che il SA, facendo anche funzione di raccordo tra i due organi. Tra le sue competenze c’è quella di proporre al SA la nomina del presidente del collegio dei revisori dei conti e di proporre al CdA la nomina dei componenti del nucleo di valutazione, inclusa l’individuazione del suo coordinatore.

Il Rettore deve essere un Professore Ordinario dell’Università di Cagliari, e l’elettorato attivo spetta ai professori e ai ricercatori a tempo indeterminato e a tempo determinato in tenure track (vale a dire quelli con il contratto nel secondo triennio alla fine del quale possono, se hanno lavorato bene e se hanno l’abilitazione, essere chiamati come professori associati). Spetta inoltre al personale ATA con modalità analoghe a quelle attuali e agli studenti eletti nel SA, nel CdA, nel Nucleo di Valutazione, nei consigli di corso e nel Collegi delle Scuole di Dottorato e delle Scuole di Specializzazione. Il peso del voto della componente studentesca è considerato una testa un voto fino ad un massimo del 15% del numero dei Professori e Ricercatori che hanno l’elettorato attivo.

Sulla questione del ruolo del Rettore è sorta una prima discussione per esempio per le modalità di indicazione al SA dei nomi dei componenti del CdA. Allo stato attuale, come segnalato prima, il Rettore propone una lista pari al numero esatto di componenti interni ed esterni del CdA e non una rosa di nomi in cui in SA possa scegliere.

SENATO ACCADEMICO

Il SA non ha in questo momento una composizione definita. Quello che trova tutti d’accordo è il fatto che la numerosità debba essere inferiore al massimo previsto dalla legge (35 componenti). Tuttavia la distribuzione delle varie componenti all’interno dell’organo non è ancora definita. Il primo punto dirimente è la presenza dei direttori di dipartimento. Prevista per legge, nel nostro ateneo diverse voci chiedono una la presenza automatica di tutti i direttori. Su questo punto tuttavia la legge è chiara (art. 2, comma 1, lettere f e s) e dice che i direttori devono essere eletti nell’organo. Pur essendo cariche in sè elettive, quindi, è necessario eleggere quali tra i direttori siederanno in SA. Altro punto in discussione è se e come le Scuole debbano essere rappresentate nel SA. Secondo la legge i Dipartimenti (art. 2, comma 2, lett. a) devono avere l’attribuzione delle funzioni finalizzate allo svolgimento della ricerca scientifica, delle attività didattiche e formative e delle attività rivolte all’esterno a queste correlate. Questo è un punto chiave per la definizione delle rappresentanze nell’organo.

Allo stato attuale ci sono due ipotesi per la composizione del SA: la prima prevede da componenti elette di direttori di dipartimento, coordinatori dei corsi di studio, rappresentanti dei ricercatori a tempo indeterminato (RTI) e a tempo determinato cosidetti di tipo b (cioè al secondo triennio), studenti e personale TA. La seconda ipotesi è simile, ma prevede una rappresentanza di tutto il corpo docente (professori e RTI) invece dei coordinatori di corso previsti nella prima versione e una rappresentanza di tutti i precari istituzionali (assegnisti e ricercatori), oltre che una garanzia di rappresentanza di specializzandi e dottorandi nella componente studentesca. La durata del mandato è prevista triennale ma sfasata con il sestennio del Rettore, per garantire una continuità e non avere tutti gli organi in scadenza contemporaneamente. Per gli studenti (e i precari se ci saranno) il mandato è ridotto a due anni. C’è la proposta di ridurre a due anni il mandato per tutte le componenti del SA che non sono a tempo indeterminato.

Il SA ha un certo numero di pareri obbligatori per il CdA, in particolare: 1) sul documento di individuazione del fabbisogno di personale, sul conto consuntivo, sull’attivazione e soppressione di corsi di studio, sedi, dipartimenti e Scuole, nonché sull’offerta formativa annuale.

Il SA ha anche il potere di sfiduciare il CdA se questo non adempie ai suoi compiti (per esempio non redige il bilancio in tempo) e può, utilizzando quanto previsto dalla legge, proporre al corpo elettorale una mozione di sfiducia al Rettore. Questa è chiaramente una grande novità, fondamentale per l’equilibrio dei poteri, dato che quelli del rettore versione Gelmini sono di grande rilevanza.

Si prevede che allo scadere del mandato del Rettore, o in caso di sua sfiducia da parte del corpo elettorale, decadano contemporaneamente anche il CdA e le altre cariche di diretta nomina rettorale, come per esempio il prorettore.

Il SA, sentito il CdA, approva il regolamento generale di ateneo, le modifiche di statuto e, previo parere favorevole del CdA i vari regolamenti indispensabili per il funzionamento dell’Ateneo.

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE

Il CdA è l’organo chiave degli atenei in versione Gelmini: piccolo e con grandi poteri.

Nella composizione attuale il CdA è previsto composto da nove membri di cui due esterni. La nomina è rettorale a seguito di una approvazione a maggioranza di 2/3 da parte del SA. Ci sono questioni aperte come la rappresentanza degli studenti (secondo la legge, ovvero ALMENO 15%, sono uno o due?) e del personale TA. Gli altri componenti sarebbero docenti dell’ateneo con copertura delle diverse aree culturali intese in senso lato.

Il CdA ha il compito di gestire sostanzialmente tutto, avendo la responsabilità più diretta del buon andamento dell’ateneo in tutti gli aspetti da quello finanziario in poi. In diversi casi deve comunque acquisire un parere obbligatorio del SA. Questo vuol dire che il CdA non potrà ignorare questi pareri e per andarci contro dovrà giustificarlo opportunamente. Questo vale per esempio per i documenti di programmazione triennale per il lato economico e del personale.

ALCUNE CONSIDERAZIONI

A mio modo di vedere ci sono un certo numero di criticità nella versione attuale dello statuto che richiederanno ancora riflessione da parte della commissione e input da parte dell’ateneo sulle linee guida. Ricordo a questo proposito che chi voglia proporre ufficialmente alla commissione commenti o altro non ha che da inviare un testo all’attenzione del rettore e questo verrà distribuito alla commissione.

Strategie

Una delle criticità da definire riguarda la questione della strategia. Finora lo statuto prevede sostanzialmente una programmazione pluriennale limitata ad un triennio. In questo momento di grandi rivoluzioni, tuttavia, andare a guardare solo al triennio ha come conseguenza quello di non riuscire a delineare strategie di ampio respiro pari almeno, per esempio, alla durata di un mandato rettorale o a quella dei piani europei. Se da un lato è chiaro che non si può fare una strategia fine su un periodo così lungo, è anche chiaro che portare lo sguardo in avanti di diversi anni permette di prendere decisioni strategiche anche sul breve periodo che tengano conto degli obiettivi di sviluppo dell’ateneo. In questa ottica rientrano per esempio decisioni su aree (non corsi di laurea specifici) da sostenere/rafforzare. In una situazione nella quale la carenza di fondi è drammatica è ancora più fondamentale dare all’ateneo un respiro che guardi lontano perché le scelte da fare in questo periodo richiedono necessariamente non affidarsi “all’emozione del momento” ma piuttosto ad una riflessione condivisa e approfondita di una realtà ricca ed eterogenea come quella di un ateneo generalista come è l’Università di Cagliari.

Trasparenza

Anche questo punto non è ben definito nello statuto. E’ chiaro che esistono a questo proposito degli aspetti di carattere legale e degli aspetti di carattere politico. Nello statuto nuova versione (art.3 comma 1) si dice che l’ateneo persegue le proprie finalità istituzionali nel rispetto di vari principi, tra i quali quello della trasparenza delle informazioni e dei processi. Questo è un principio chiave che però, per trovare concreta applicazione, richiede una esplicitazione normativa che sia esplicita, a mio avviso, anche nello statuto. Ci sono infatti diverse questioni, che toccano tutto l’ateneo e le persone che ci lavorano, che non possono essere rese note solamente alla fine del processo ad approvazione avvenuta. E’ infatti chiaro che regolamenti che toccano aspetti cruciali dell’ateneo, come per esempio quello recentemente approvato sui ricercatori a tempo determinato, o modifiche del regolamento generale etc non possono essere discussi e approvati in camera caritatis di nascosto da tutti. Se questo principio non è una specifica norma di legge, è altresì vero che fa parte dei principi generali delle leggi al riguardo e anche di quanto si sta prevedendo di inserire nello statuto rinnovato. Sono convinto che la diffusione dell’informazione nel processo di formazione delle decisioni, in particolare di quelle che coinvolgono tutti, sia un modo fondamentale di funzionare di un ateneo che voglia essere davvero trasparente nei fatti e non solo a parole.

Ricercatori

I Ricercatori sono stati in quest’ultimo anno oggetto di particolare attenzione da parte di tutti per la forza delle decisioni che hanno assunto in difesa dell’Università, cercando di difenderne il ruolo essenziale per la società. Le azioni dei Ricercatori hanno visto in particolare la sottolineatura del proprio diritto al riconoscimento di una funzione docente effettivamente svolta e decisamente mal riconosciuta. Indipendentemente dal tenere un corso frontale, i ricercatori sono comunque vincolati allo svolgimento di un numero di ore di didattica integrativa/di supporto, le cui modalità e impegno temporale sono da stabilire con ciascuno dei ricercatori. Questa attività didattica va ovviamente svolta all’interno di un corso di laurea e non è a sè stante. Nello statuto in versione attuale, quando si parla di rappresentanza delle scuole nel Senato Accademico, si vuole togliere ai ricercatori che non tengono un corso il diritto di voto per gli eventuali rappresentanti di queste scuole. Personalmente trovo questa scelta incomprensibile, dato che i ricercatori svolgono comunque attività didattica all’interno di almeno un corso di laurea e hanno quindi tutti i diritti di partecipare alle scelte sugli organi dell’ateneo anche sulle questioni di didattica.

Strutture di raccordo e dipartimenti

Questo sarà l’argomento della riunione prevista per martedì 12. Alcune cose sono state comunque già parzialmente discusse e c’è un possibile orientamento a mettere tutta la didattica sulle Scuole. Personalmente non condivido questa scelta perché da un lato la legge dice chiaramente, come visto prima, che i dipartimenti devono avere l’attribuzione delle funzioni finalizzate allo svolgimento dell’attività didattica. Dall’altro trovo che questa scelta implicherebbe cambiare tutto senza davvero cambiare, dato che avremmo delle strutture di didattica completamente separate dalla ricerca, sul piano formale, ma senza più il potere di chiamata che resterebbe in mano ai dipartimenti. E’ chiaro quindi che i Dipartimenti, avendo in mano tutte le chiavi del potere, devono avere anche quelle della didattica in modo chiaro e le scuole dovrebbero essere quindi delle strutture con compiti di gestione e organizzativi ma non dello stesso tipo delle attuali facoltà. Immaginare delle Scuole con all’interno una moltitudine di corsi di laurea (si parla di un numero limitato di scuole, circa 5) implica che queste non avranno alcuna capacità reale di gestione della didattica che resterà più che altro in mano ai singoli corsi di laurea. Un punto a vantaggio delle strutture di raccordo è l’essere luogo di contatto per una definizione strategica della didattica a medio lungo termine, cosa che richiede comunque una discussione preventiva nei dipartimenti coinvolti che hanno quindi comunque responsabilità didattiche evidenti.

Le dimensioni normative della realtà giuridica [The Normative Dimensions of Legal Reality]

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Apr 062011
 

Il prof. Wojciech Zelaniec, professore di Filosofia sociale presso la Facoltà di Scienze sociali dell’Università di Danzica (Polonia), è attualmente Visiting Professor (long visit) di Filosofia del diritto presso il nostro Dipartimento, per svolgere una ricerca sul tema: Le dimensioni normative della realtà giuridica [The Normative Dimensions of Legal Reality].

La durata della Visiting Professorship del prof. Zelaniec è di tre mesi che verranno suddivisi in varie tranches dal 10 dicembre 2010 al 17 maggio 2011.

Per maggiori informazioni è possibile consultare la pagina web del prof. Wojciech Zelaniec al seguente indirizzo:

http://www.wnswz.strony.univ.gda.pl/

 

India e Giappone tra diritto tradizionale e diritto statale

 Convegni e seminari  Commenti disabilitati su India e Giappone tra diritto tradizionale e diritto statale
Apr 052011
 

Università degli Studi di Cagliari
Facoltà di Giurisprudenza
Cattedre di Sistemi giuridici comparati

Cattedre di Filosofia del diritto e Sociologia del diritto

 

India e Giappone tra diritto tradizionale e diritto statale

Martedì 05 aprile 2011, ore 10

Domenico Francavilla (Università di Torino)
Dharma e diritto statale nell’India contemporanea
– – –
Giorgio Fabio Colombo (Università Ca’ Foscari Venezia) La risoluzione delle controversie in Giappone tra mito e realtà

 

Aula Salis

Via Nicolodi, 102

– Cagliari -

Visiting Professor – Edoardo Fittipaldi

 Convegni e seminari  Commenti disabilitati su Visiting Professor – Edoardo Fittipaldi
Mar 252011
 

Facoltà di Giurisprudenza

Dipartimento di Diritto pubblico e Studi sociali

Cattedre di Filosofia del diritto e di Sociologia del diritto

Martedì 22 marzo 2011, ore 16

Edoardo Fittipaldi

Ricercatore di Sociologia del diritto

nell’Università Statale di Milano

La dogmatica giuridica di Leon Petra?ycki

Aula Arcari

Viale Sant’Ignazio 86

Cagliari

Resoconto seduta del 15 marzo 2011

 resoconti  Commenti disabilitati su Resoconto seduta del 15 marzo 2011
Mar 182011
 

Cari tutti,

la commissione statuto si è riunita nuovamente il 15 marzo per una discussione generale sui temi del governo di ateneo (Rettore, SA e CdA) e sulla questione dei dipartimenti e delle strutture di raccordo. La seduta ha visto tutti i componenti della commissione esprimere diversi punti di vista e diverse criticità che ci aspettano nella definizione dei questi organi e strutture. Abbiamo anche fatto alcune osservazioni ulteriori nella bozza del titolo I (Principi Generali) dello statuto che potete trovare qui sul sito di UniCa. Ulteriori modifiche al testo sono ovviamente possibili se emergeranno delle criticità condivise da parte degli organi di governo attuali e da parte dell’ateneo in generale.

Per quanto riguarda la questione dipartimenti e strutture di raccordo, una delle criticità evidenziate riguarda le modalità di “adesione” dei dipartimenti alle scuole, e diverse persone, tra le quali i ricercatori, hanno proposto una “soglia minima” al di sotto della quale non ha senso che un dipartimento aderisca alla scuola. Si pensa qui a quelle discipline che hanno corsi di servizio un po’ dappertutto ma con un numero di crediti marginale rispetto al corso di studio. E’ chiaro che in questi casi la voce dei docenti coinvolti sarà presente nei consigli di corso ma non ha molto senso che una delegazione intera del dipartimento di afferenza di quel docente partecipi all’organo deliberante della struttura di raccordo. Ovviamente serve instaurare dei meccanismi che permettano di tener conto del carico didattico aggiuntivo dei dipartimenti che hanno al proprio interno le discipline di servizio al fine di poterne mantenere un organico adeguato alle esigenze dell’intero ateneo.

Alcuni punti rilevanti sono stati posti nella questione della definizione dei ruoli e delle competenze di rettore, senato e consiglio di amministrazione. Come ricercatori abbiamo proposto che se non è possibile rendere vincolanti i pareri del Senato per il CdA per quanto riguarda le questioni di didattica e di ricerca, di potrebbe rendere questi pareri obbligatori “favorevoli”, in modo da vincolare il CdA su questi temi. Sia il Rettore che i giuristi presenti hanno però fatto notare che anche in questo caso di prefigurerebbe una sorta di “dipendenza” del CdA dal SA che andrebbe contro lo “spirito della legge” . Il Prof. Sitzia ha tuttavia specificato che il parere obbligatorio non è, giuridicamente parlando, una mera espressione di opinione fine a sè stessa. Il CdA, per andare contro una decisione del SA dovrà argomentare in modo chiaro e completo, pena l’impugnabilità della decisione. Si è discusso quindi della possibilità per il SA di sfiduciare il CdA in certe condizioni. La questione, pur prevista dalla legge per quanto riguarda la figura del Rettore, presenta alcuni punti sui quali serve ragionare. Tra le soluzioni proposte c’è quella di prevedere statutariamente delle norme che prefigurino la decadenza automatica del CdA al verificarsi di alcune condizioni specifiche. In particolare, si può prevedere che il CdA decada in caso di suo mancato funzionamento (pensiamo per esempio alla mancata approvazione del bilancio, ma si possono prevedere anche altre ipotesi), ma anche al suo andare sistematicamente contro il parere del SA sulle questioni di didattica e di ricerca (ponendo per esempio un limite al numero di volte consecutive per le quali il CdA va contro il parere obbligatorio del SA).

Sempre a proposito di CdA si è parlato della sua composizione e l’orientamento generale sembrava d’accordo sul garantire che nella componente docente ci fosse la garanzia della presenza di voci provenienti dalle diverse anime dell’ateneo. E’ infatti chiaro che se quell’organo deve avere l’onere di decisioni di grande rilievo per il futuro dell’ateneo è indispensabile che al suo interno siano contenute non solamente le competenze richieste dalla legge ma anche la possibilità di esprimere le esigenze di componenti molto diverse tra loro per modalità e interessi di ricerca.

Un altro punto importante della discussione ha riguardato le modalità di elezione della componente docente del SA. C’è un generale accordo sul fatto che non sia costituita da tutti e soli i direttori di dipartimento, ma anche da una rappresentanza di tutti i docenti. A questo riguardo molti vorrebbero una rappresentanza delle scuole. Come ricercatori abbiamo espresso la nostra contrarietà, preferendo una rappresentanza eletta a collegio unico tra tutti i docenti dell’Ateneo. La voce  delle scuole sarebbe comunque presente grazie agli stessi direttori di  dipartimento, che partecipano agli organi deliberanti delle scuole, e agli  altri docenti eletti nell’organo.

Alla domanda specifica se per i dipartimenti di grosse dimensioni fosse possibile una sottoorganizzazione in sezioni il rettore ha dato parere positivo, e nella commissione nessuno ha sollevato obiezioni.

Entro domenica i componenti della commissione invieranno alla commissione ristretta che ha il compito di redigere materialmente i pezzi del nuovo statuto osservazioni e suggerimenti che siano aggiuntivi o chiarificatori di quanto detto in commissione riguardo a Rettore, Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione. Questo spazio di proposta è aperto a chiunque abbia proposte a riguardo.

Credo sia anche importante sottolineare che tutta la commissione ha in mente il problema del riequilibrio dei poteri tra CdA e SA e che quindi questo aspetto è ben presente nelle discussioni.

Martedì 22 marzo ci sarà la prossima riunione della commissione ristretta e la commissione plenaria si riunirà invece nuovamente martedì 29 marzo.

Cordialmente,

Guido Mula

Ciao mondo!!

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Mar 152011
 

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 Scritto da alle 09:52

Resoconto seduta dell’8 marzo 2011

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Mar 092011
 

Cari tutti,

ecco il resoconto della seconda seduta della commissione statuto, che ha avuto luogo l’8 marzo 2011. All’attenzione della commissione c’erano le osservazioni dei vari componenti riguardo alla nuova stesura del titolo I dello statuto, quello che contiene i principi generali e l’inizio della discussione sulla struttura portante dell’università, ovvero il complesso problema degli organi di governo, dei dipartimenti e delle strutture di raccordo. La discussione è stata lunga e, personalmente, la ho trovata abbastanza faticosa per la difficoltà riscontrata da molti nel trovare uno spazio adeguato per esporre le proprie idee.

Il titolo I, se da un lato non contiene aspetti critici di dettaglio, dall’altro contiene principi fondanti dell’Università. A seguito delle osservazioni poste durante la seduta, senza fare la cronistoria di tutta la discussione, sul testo del Titolo 1 sono state raggiunte le conclusioni, peraltro sempre modificabili se del caso, che metto in coda a questo messaggio. Non ho riportato il testo per intero ma solo il contenuto delle varie parti, con un commento delle discussioni di maggior rilievo o sulle quali si è discusso più a lungo.

Dopo la discussione sul primo punto il Rettore è passato all’illustrazione del modello di università che ha in mente. Subito dopo è cominciato il dibattito all’interno della commissione. I problemi che sono stati posti all’attenzione del rettore sono numerosi, perché la definizione della struttura dei dipartimenti e delle scuole, nonché delle funzioni e attribuzioni a ciascuna delle strutture è chiaramente una decisione che presuppone la soluzione di tutta una serie di punti nodali, tra i quali, per esempio, il rapporto tra i dipartimenti e le strutture di raccordo o la rappresentanza dei dipartimenti nell’organo di governo delle facoltà. I nostri settori disciplinari non hanno sempre numerosità compatibili con la numerologia ministeriale e la logica di accorpamento/ricostruzione/definizione dei nuovi dipartimenti è estremamente complessa. Serve salvaguardare i gruppi piccoli all’interno di dipartimenti grandi e creare un sistema che permetta di ottimizzare la funzionalità delle strutture portando a un miglioramento dei risultati di ricerca e didattica. Serve creare un circolo virtuoso che parta da una visione di lungo respiro condivisa che rispetti la libertà dei singoli ma che nel contempo indichi una rotta di indirizzi strategici prioritari strutturati in modo razionale e prospettico. La discussione, ovviamente incompleta, verrà ripresa nella prossima seduta.

Dopo ripetute richieste da parte di una larga maggioranza della commissione il rettore ha accettato di aumentare la frequenza delle riunioni, per cui la prossima sarà non fra due martedì ma il 15 marzo.

Cordialmente,

Guido Mula

****************************************

TITOLO I   nuovo statuto

Articolo 1 (Finalità istituzionali)

Il comma 1 è stato modificato in un singolo periodo (diversamente anche dallo statuto attuale) insieme a quello che era il secondo comma al fine di avere insieme le caratteristiche fondanti dell’università, dall’essere un’istituzione pubblica all’essere sede primaria di libera ricerca e alta formazione. Sul comma 2, che riguarda l’azienda ospedaliero universitaria, sono state apportate alcune variazioni ma si è deciso di rimandare la discussione sul punto al dopo l’approvazione della riforma a livello regionale. Il comma 3 parla dell’autonomia in attuazione della costituzione. Il comma 4 parla della non discriminazione e della promozione del merito, delle professionalità e delle competenze dell’ateneo, del pluralismo delle idee.

Articolo 2 (Autonomia)

Il comma 1 ribadisce l’autonomia nell’ambito della legislazione vigente. Il comma 2 parla dell’adozione di regolamenti necessari o utili per il funzionamento dell’università.

Articolo 3 (Principi)

Il comma 1 riprende l’articolato di legge  sui principi di semplificazione, efficienza, efficacia etc. Si parla poi di trasparenza delle informazioni e dei processi, punto che ritengo personalmente fondamentale per parlare poi di trasparenza in tutte le fasi, comprese quelle redazionali, di regolamenti e di ogni altro provvedimento che abbia influenza sulla vita dell’ateneo, dai regolamenti attuativi in giù. Abbiamo fatto aggiungere che anche l’organizzazione delle strutture decentrate per la didattica e la ricerca avverrà nel rispetto delle libertà di ricerca e insegnamento. Il comma 2 parla della partecipazione democratica ai processi decisionali, il comma 3 del rispetto della libertà di insegnamento nei regolamenti per la didattica e il comma 4 fa lo stesso per la ricerca.

Il comma 5 parla di valorizzazione di qualità e merito in tutti gli ambiti, il comma 6 dell’equilibrio funzionale tra organi centrali e strutture decentrate, il comma 7 del favorire attività culturali, sportive etc.

Il comma 8 dice che per ottimizzare il proprio funzionamento l’ateneo ricorre alla logica della programmazione anche pluriennale. Su questo punto c’è stata una discussione abbastanza lunga. La posizione del Rettore è che gli indirizzi strategici dell’ateneo sono contenuti nella parola programmazione e che quindi non serve modificare ulteriormente questo comma. Il punto da me sollevato nella discussione riguarda il fatto che l’ateneo non può continuare a navigare a vista e che è indispensabile che l’ateneo guardi lontano (anche dieci anni, non solo un corto triennio) per orientare le proprie scelte strategiche con una prospettiva sufficientemente ampia. L’idea dietro questo concetto non è quella del dirigismo ma, al contrario, quella del rendere trasparente la ragione di scelte difficili che in questo periodo saranno sempre più all’ordine del giorno. I problemi che avremo di fronte nei prossimi anni a seguito delle politiche irrazionali e irragionevoli in particolare del governo in carica saranno gravissimi: corsi di laurea che dovranno probabilmente chiudere, professori e ricercatori il cui numero scenderà in picchiata lasciando buchi molto difficili da coprire per i pochi posti disponibili in ingresso, posto che si possa davvero assumere. La previsione di un piano strategico, che faccia una programmazione di ampio respiro a lungo termine, è essenziale per prendere delle decisioni a ragion veduta e non sempre nell’emergenza o dettate da logiche dell’immediato senza un quadro d’insieme nel quale muoversi. Decisioni apparentemente ottime nell’immediato non sono necessariamente tali guardando più lontano. Questo argomento incontra purtroppo una significativa difficoltà nell’essere introdotto, tanto che il comma contiene ancora la logica della programmazione “anche” pluriennale.

Articolo 4 (Rapporti con l’esterno)

Il comma 1 parla della valorizzazione dei risultati della ricerca, il  comma 2 del fatto che l’ateneo favorisce le iniziative di cooperazione interuniversitaria per studio, didattica, ricerca e rafforzamento dell’internazionalizzazione. Il comma 3 dice che “L’università concorre a realizzare un sistema universitario regionale competitivo e di qualità, anche in considerazione di possibili opzioni federative e convenzionali consentite dalla legge”. Noi abbiamo suggerito di togliere il riferimento alle federazioni, e l’argomento che ci ha convinto a lasciarlo, a parte il fatto che comunque il richiamo è piuttosto blando, è che non citarlo equivale a rendere necessaria una modifica di statuto nel caso in cui in un futuro si decidesse di accedere a tale scelta, nel caso della scrittura attuale no. Su suggerimento degli studenti è stato aggiunto un pezzo di frase che dice che l’Università opera per rimuvere gli ostacoli legati alla sua collocazione insulare.

Il comma 4 parla della collaborazione con la regione per lo sviluppo del territorio, il comma 5 della possible partecipazione dell’ateneo a società di capitali etc nel conseguimento dei propri fini istituzionali.

Articolo 5 (diritto allo studio)

Il comma 1 introduce il concetto che l’università riconosce e concorre a garantire il diritto allo studio, mentre il comma 2 parla di una collaborazione con la regione per questi scopi, indicando anche che l’università si organizza in modo da assicurare al meglio il successo formativo degli studenti.  Sul comma 1 c’è stata un po’ di discussione sul come definire gli studenti ai quali è garantito il diritto allo studio (tutti, ovviamente, ma si poneva la questione del come descrivere il problema di coloro che sono privi di mezzi). La dicitura finale è (se ho interpretato correttamente) che: l’università concorre a garantire il diritto allo studio agli studenti agevolando i capaci e meritevoli. In questa dicitura studenti senza aggettivi ricopre la totalità del corpo studentesco, giustamente, e il riferimento ai meritevoli comprende chi ha diritto ad un aiuto particolare a causa della mancanza di mezzi.

Il comma 4 parla delle persone diversamente abili, mentre il comma 5 parla della fruizione di spazi e attrezzature per studio e diritto di assemblea.

Articolo 6 (ricerca scientifica)

Il comma 1 dice che l’Università favorisce e sostiene l’accesso ai fondi di ricerca e promuove la partecipazione ai programmi di ricerca dei propri componenti. Abbiamo fatto eliminare la dicitura “nei limiti delle proprie disponibilità di bilancio” per evidenziare che il supporto alla ricerca non è solamente di tipo economico.

Il comma 2 parla del merito valorizzato mediante riscontri nell’assegnazione delle risorse, mentre il comma 3 dice che l’università assicura la fruzione di infrastrutture e dei periodi di sola ricerca (come gli anni sabbatici).

Il comma 4 parla della ricerca di base come attività fondante dell’università e del fatto che l’università individuerà specifici finanziamenti in proposito. Il comma 5 parla della ricerca finalizzata e della valorizzazione imprenditoriale dei risultati della ricerca.

Articolo 7 (Istruzione e formazione)

Il comma 1 dice che l’Università rilascia i titoli di studio a seguito della formazione, il comma 2 parla del tutorato e del fatto che l’università favorisce i corsi di orientamento e riallineamento nonché le attività destinate all’inserimento dei laureati nel mondo del lavoro.

Il comma 3 parla della formazione del personale e il comma 4 di attività di formazione anche dirette all’esterno. Il comma 5 parla di borse di dottorato. Qui ho sottolineato il problema posto dall’abrogazione nella legge 240/10 della norma che garantiva la copertura con borsa di almeno il 50% dei posti di dottorato e mi è stato detto che la dicitura del testo assicura l’intenzione dell’Università del coprire con borse il massimo possibile di posti. La dicitura attuale del comma è: l’Università istituisce, nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, a favore di giovani laureati, contratti di formazione e borse di studio per la frequenza di corsi di perfezionamento anche all’estero. Istituisce le borse di studio necessarie per i corsi di dottorato.

Articolo 8 (servizi)

Il comma 1 parla di servizi di consulenza e conto terzi, mentre il comma 2 parla delle convenzioni che possono essere stipulate dall’azienda ospedaliero universitaria per garantire ai docenti in ruolo le attività integrate assistenziali, didattiche e di ricerca.

*********

Il comma 4 del vecchio articolo 5 (statuto attuale) viene spostato in un altra parte dello statuto, insieme all’articolo 9 (Patrimonio)  e all’articolo 10 (risorse finanziarie).

LA PSICOLOGIA GIURIDICA TRA NEURONI, EMOZIONI E MEDIA DIGITALI

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Mar 092011
 

Il Master Biennale in Psicologia giuridica e criminologia organizza un ciclo di tre workshop sul tema:

LA PSICOLOGIA GIURIDICA TRA NEURONI, EMOZIONI E  MEDIA DIGITALI

GIUSEPPE SARTORI (Professore Ordinario di Neuroscienze Cognitive e di Neuropsicologia Clinica, Direttore del Master in Psicopatologia e Neuropsicologia Forense, Università degli Studi di Padova)

 NUOVE APPLICAZIONI NELL’AMBITO DELLA PSICOPATOLOGIA E NEUROPSICOLOGIA FORENSE

11 marzo 2011 ore 10.00 – 18.00 aula 4B – Dipartimento di Psicologia, Via Is Mirrionis 1, Cagliari

 

CARLO GALIMBERTI (Professore Ordinario di Psicologia Sociale, Direttore del Centro studi e ricerche di psicologia della comunicazione, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano )

 SEGUI IL CONIGLIO BIANCO. SÉ, IDENTITÀ E SOGGETTIVITÀ NELLE INTERAZIONI RESE POSSIBILI DAI MEDIA DIGITALI

02 aprile 2011 ore 10.00 – 18.00 aula 4B – Dipartimento di Psicologia, Via Is Mirrionis 1, Cagliari

 

MARIA ANTONIETTA CURCI (Professore Associato in Psicologia Generale, Direttore del Master in Psicologia Giuridica,  Università degli Studi di Bari).

 INTELLIGENZA EMOTIVA NEL LAVORO PSICOLOGICO E GIUDIZIARIO

15 aprile 2011 ore 10.00 – 18.00 aula 1B – Dipartimento di Psicologia, Via Is Mirrionis 1, Cagliari

Locandina Sartori-Galimberti-Curci

Scheda di iscrizione Sartori – Galimberti-Curci

Resoconto seduta del 21 febbraio 2011

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Feb 222011
 

Cari tutti,

la commissione statuto si è riunita ieri per la prima volta in rettorato. La riunione è durata un paio d’ore nelle quale c’è stata una discussione generale sul come procedere. Il Rettore ha proposto una cadenza quindicinale delle sedute plenarie intervallata da sedute di una commissione “ristretta” con il compito di redigere nel concreto quanto discusso nelle sedute plenarie.

Diverse persone, a partire dal sottoscritto, hanno manifestato al Rettore l’esigenza di intensificare in queste prime settimane di attività le sedute per permettere alla commissione di definire un quadro generale e strategie secondo le quali muoversi, ma questa esigenza non è stata raccolta.

La posizione del Rettore su questo punto è stata che siccome gli organi di governo (CdA e SA) hanno definito le linee guida alle quali la commissione si deve attenere, senza dimenticare il fatto che, stando alle linee guida stesse, la commissione dovrebbe avere un ruolo sostanzialmente esecutivo delle decisioni prese in CdA e SA, il cammino della commissione sarebbe orientativamente già tracciato. Starà quindi ai componenti della commissione presentare per la prossima seduta tra 15 giorni (martedì 8 marzo 2011, ore 16:30), se lo riterranno opportuno, nuovi documenti che propongano modelli per l’ateneo diversi da quello attualmente approvato da CdA e SA. Questi documenti verranno quindi esaminati e valutati dalla commissione.

Il problema dei dipartimenti e delle strutture di raccordo è stato discusso ma la commissione non ha, per il momento, pareri omogenei sulla questione. Sono stati messi in evidenza diversi punti critici che andranno esaminati con attenzione, dalle risorse umane alla gestione delle attività, che la commissione esaminerà in seguito.

Il Rettore ha anche proposto che i lavori della commissione procedano con le modifiche di statuto sostanzialmente seguendo lo disposizione strutturale dello statuto attuale, procedendo quindi per titoli e rivedendo la struttura dell’ateneo dal vertice in giù. Su questo punto ci sono state diverse osservazioni legate al fatto che pare difficile definire anche semplicemente la struttura del senato se prima o contemporaneamente non si fa un discorso sull’assetto dei dipartimenti e delle strutture di raccordo. La discussione non ha tuttavia portato a conclusioni definite.

Martedì prossimo la commissione “ristretta” si riunirà per redigere i principi generali che verranno poi portati in discussione nella seduta “plenaria” dell’8 marzo.

Cordialmente,

Guido Mula

“M’illumino di meno” – Giornata del risparmio energetico

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Feb 172011
 
Il 18 febbraio 2011 torna M’illumino di meno, la campagna radiofonica sul risparmio energetico promossa da Caterpillar, programma radiofonico di Radio2. Anche quest’anno Caterpillar ha invitato comuni, associazioni, scuole, aziende e case di tutt’Italia ad aderire all’iniziativa creando quel “silenzio energetico” che già da alcuni anni coinvolge le piazze di tutt’Europa, per fare spazio, dove possibile, ad un’accensione virtuosa, a base di fonti rinnovabili.
Sardegna Ricerche, attraverso il Cluster Energie Rinnovabili, ha deciso di partecipare attivamente all’evento promuovendo e organizzando un momento ricreativo, un aperitivo musicale, a costo energetico zero, grazie all’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e “alternative”.
L’energia elettrica necessaria per l’impianto audio sarà fornita da batterie caricate dai pannelli fotovoltaici installati presso la sede del Cluster di Macchiareddu nei giorni precedenti all’evento, mentre l’impianto di illuminazione sarà alimentato sul posto utilizzando speciali biciclette appositamente modificate in modo da produrre energia dalle pedalate dei volenterosi partecipanti.
Il pubblico sarà invitato, infatti, a partecipare attivamente alla produzione di energia. Con uno spirito assolutamente goliardico, ci si potrà iscrivere, in squadre formate da quattro persone, alla competizione “produzione partecipata e pedalata di energia”. Al termine della serata ciascun ciclista della squadra più produttiva sarà premiato con un caricabatteria solare per cellulare.
L’evento termina quando finisce l’energia messa a disposizione dalle batterie e quando la gente si stanca di pedalare.
L’iniziativa di Sardegna Ricerche è stata condivisa da diversi partner che hanno contribuito attivamente all’organizzazione della stessa, mettendo a disposizione idee, risorse, spazi e soprattutto molto entusiasmo, convinti che la divulgazione e la sensibilizzazione su larga scala siano il primo passo per una maggiore e reale acquisizione di una coscienza ecologia ed energeticamente virtuosa e sostenibile.

In particolare, partecipando a tale evento la Facoltà ed il Dipartimento di Architettura ed il Dipartimento di Ingegneria Elettrica ed Elettronica dell’Università degli studi di Cagliari, intendono presentare e divulgare le proprie linee di ricerca nel settore dell’efficienza energetica, l’Associazione Sustainable Happiness vuole promuovere la sostenibilità ambientale, sociale ed economica ad un pubblico trasversale sempre più vasto e variegato, l’Associazione Quit intende sviluppare ulteriori nuove forme di espressione e interazione nell’ambito delle nuove tecnologie e Ciclofucina intende diffondere la cultura della bicicletta e sensibilizzare i cittadini al suo uso come valida e salutare alternativa ai mezzi a motore per una mobilità sostenibile.

 Scritto da alle 16:58

Nominati i componenti della Commissione

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Feb 162011
 

Cagliari, 16 febbraio 2011 (Ufficio stampa – SN) – Gli organi collegiali dell’Università degli Studi di Cagliari hanno nominato i 15 componenti della Commissione incaricata di predisporre la bozza del nuovo Statuto d’Ateneo secondo le norme introdotte dalla recente riforma.

Nelle sedute di lunedì e in quella odierna, Senato accademico e Consiglio di Amministrazione hanno anche approvato un documento, proposto dal Rettore Melis, contenente le linee guida del processo riformatore (trasmesso in allegato).

Nel dettaglio, della Commissione Statuto fanno parte per legge il Rettore e due rappresentanti degli studenti. Nei giorni scorsi il Consiglio degli studenti ha indicato Marco Meloni e Matteo Quarantiello.

Gli altri componenti sono i seguenti: il Consiglio di amministrazione ha nominato nella seduta odierna Guido Mula (ricercatore), Giovanni Pilo (rappresentante del personale), Pier Paolo Carrus (professore associato della facoltà di Economia, in qualità di esperto di organizzazione), Emanuela Abis (professore associato per l’area scientifico-disciplinare Ingegneria/Architettura), Gaetano Verani (ordinario per l’area scientifico-disciplinare Scienze), Elisabetta Loffredo (ordinario per l’area economico-giuridica).

Il Senato accademico – nella seduta di lunedì – ha nominato Michele Mascia (ricercatore), Maria Leo (rappresentante del personale), Francesco Sitzia (professore ordinario della facoltà di Giurisprudenza, in qualità di esperto giuridico), Patrizia Mureddu (professore ordinario per l’area scientifico-disciplinare letteraria), Paolo Contu (ordinario per l’area scientifica medico-sanitaria) e Anna Maria Fadda (ordinario per l’area scientifico-disciplinare di Farmacia).

Benvenuti sul blog dedicato al nuovo statuto di UniCA

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Feb 152011
 

Cari tutti,

lo scopo di questo blog è quello di dare la massima trasparenza al processo di revisione dello statuto dell’Università di Cagliari attivato in seguito all’entrata in vigore della legge Gelmini. E’ un momento importante per la nostra Università che influenzerà in modo forte il suo futuro. Ci sono da ridisegnare gli organi accademici principali, il Consiglio di Amministrazione e il Senato Accademico, e la loro composizione, con le modalità di individuazione dei loro membri, ci sono da individuarne le competenze e le interazioni. Dobbiamo riflettere sulla figura del nuovo direttore generale e sul suo ruolo, senza dimenticare le modalità di elezione del Rettore, il suo ruolo e gli eventuali limiti all’elettorato passivo.

C’è poi da ridisegnare la struttura portante dell’ateneo, dato che spariscono le Facoltà e i Dipartimenti così come li conosciamo e dovremo trovare insieme le strategie migliori per ridisegnare tutto l’assetto. I nuovi Dipartimenti avranno competenze di didattica e ricerca, un ruolo nuovo che richiederà certamente un’attenta riflessione di tutti, tenendo conto delle strategie pluriennali di sviluppo dell’Ateneo che andranno certamente definite se si vuole davvero cambiare operare in modo consapevole.

Ci sono da definire strategie per i regolamenti, a partire da quello per le assunzioni dei ricercatori a tempo determinato, nonché la composizione e le competenze della commissione disciplinare (le competenze in questo ambito passano dal CUN agli atenei). Ci sono da definire le modalità di democrazia partecipativa di tutti nelle elezioni delle varie cariche, nei dipartimenti e nelle strutture di raccordo qualora queste fossero presenti.

Insomma la strada da percorrere è lunga, il tempo a disposizione non è tanto, e sicuramente la strada della condivisione delle scelte è di primaria importanza perché questo cammino sia fruttuoso. Questa è la ragione di questo spazio, da dedicare alla nostra comune riflessione per la proposta di idee, osservazioni, suggerimenti e, ovviamente, critiche costruttive.

A presto su questo spazio,

Guido Mula

BANDO DI SELEZIONE N.3/2011

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Feb 042011
 

E ‘stato pubblicato un bando di selezione per  candidati in possesso di Laurea specialistica o magistrale (o a ciclo unico, secondo il vecchio ordinamento didattico) in Filosofia. Inoltre, è richiesta una comprovata formazione nel campo delle Medical Humanities e una esperienza negli screening della Depressione Post Partum nell’Area Ospedaliera Materna Infantile.

Master in Psicologia Giuridica e Criminologia 2011-02-01 09:46:12

 Senza categoria  Commenti disabilitati su Master in Psicologia Giuridica e Criminologia 2011-02-01 09:46:12
Feb 012011
 

Il Master Biennale di Psicologia Giuridica e Criminologia, giunto alla sua terza edizione,  propone due workshop, sui temi Adolescenza e devianza: prospettive teoriche e modelli di intervento e  Tecniche peritali e consulenze psicologiche in ambito civile.

11 febbraio 2011 

10.00- 18.00, aula 4 B, Dipartimento di Psicologia Cagliari

PATRIZIA PATRIZI (Professore ordinario di Psicologia Sociale e Giuridica Università degli Studi di Sassari)

ADOLESCENZA E DEVIANZA: prospettive teoriche e modelli di intervento

Locandina workshop Patrizi

Pieghevole Patrizi

CICLO DI WORKSHOP SUL TEMA : TECNICHE PERITALI E CONSULENZE PSICOLOGICHE IN AMBITO CIVILE  

12 febbraio 2011  -10.00- 18.00, aula 4 B, Dipartimento di Psicologia Cagliari-

BRUNO COLOMBO (Psicologo e Psicoterapeuta. Consulente Tecnico presso il Tribunale di Cagliari)

LA CONSULENZA PSICOLOGICA NEI CASI DI AFFIDAMENTO DEI MINORI

 
 

 

25 marzo 2011  -  10.00- 18.00, aula 4 B, Dipartimento di Psicologia Cagliari-

DANIELA PAJARDI (Professore Associato di Psicologia Giuridica e Direttore del Centro di Ricerca e Formazione in Psicologia Giuridica, Università degli Studi di Urbino)

LA VALUTAZIONE DEL DANNO PSICHICO

 

6 maggio 2011   – 10.00- 18.00, aula 1 B, Dipartimento di Psicologia Cagliari -

FILIPPO PETRUCCELLI (Professore Associato di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione, Direttore del Master di secondo livello in Psicologia investigativa, giudiziaria e penitenziaria, Università degli Studi di Cassino)

PERIZIE E CONSULENZE PER LA RIATRIBUZIONE DEL SESSO

 

Locandina Colombo-Pajardi-Petruccelli

Pieghevole Colombo-Pajardi-Petruccelli

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