Mag 192011
 

Cari tutti,

dopo un paio di settimane di pausa a cavallo di Pasqua, la commissione statuto si è riunita nuovamente il 10, il 12 e il 18 maggio per proseguire i lavori di stesura del nuovo statuto. La bozza arriva a comprendere ormai tutti gli organi e le strutture dell’Ateneo, con modifiche che in alcuni casi sono abbastanza profonde rispetto alla situazione attuale.

Se da un lato, non avendo completato l’analisi del testo, è difficile fornire una versione affidabile dello statuto attuale con una divulgazione completa del testo in esame, dall’altro mi pare ormai indispensabile raccontare all’Ateneo a che punto è arrivata la discussione. Mi pare altresì indispensabile sottolineare che ci sono diversi punti anche nodali sui quali la discussione è aperta, per i quali sono presenti due possibili versioni, talvolta radicalmente differenti tra loro. Uno di questi punti è la composizione del Senato Accademico, cosa che, come tutti possiamo intuire, non è di minore importanza. Altri punti importanti sui quali non si è ancora arrivati ad una condivisione riguardano i futuri dipartimenti, fra i quali la composizione delle giunte, e il rapporto tra dipartimenti e Facoltà, nonché eventuali limiti di partecipazione dei dipartimenti alle future facoltà. La discussione è talvolta molto vivace e i nodi aperti sono numerosi.

Voglio partire nel mio resoconto dalla questione del senato accademico. In questo caso la chiave di volta è capire se nell’organo devono essere presenti direttamente o meno i rappresentanti delle strutture di raccordo (che da qui in poi chiamerò Facoltà, così come indicato nel nuovo statuto, denominazione sulla quale personalmente non concordo per l’evidente confusione con le facoltà precedenti dalle quali, secondo la legge, dovrebbe differire sostanzialmente per mansioni e funzionamento), nonché quanti direttori e quanti docenti. Una versione prevede sia la partecipazione di una rappresentanza dei coordinatori dei corsi di studio che un numero di direttori di dipartimento piuttosto elevato, pari a circa il 60% dei dipartimenti prevedibili ad oggi. E’ prevista inoltre una rappresentanza di ricercatori a tempo indeterminato e a tempo determinato (secondo contratto (tipo b), quello di “tenure track”) e del personale TA (oltre a quella studentesca prevista per legge). Uno dei punti critici di questa proposta, secondo l’avviso di diversi componenti della commissione, riguarda l’eccessiva frammentazione del senato tra chi rappresenterebbe la ricerca (direttori) e chi la didattica (presidenti di corso di studio), come se le due missioni dell’Università non fossero indissolubilmente legate. Il rischio insito in questa proposta è, secondo l’avviso di molti tra i quali il sottoscritto, la generazione automatica di fazioni nelle quali i componenti del Senato si sentiranno con un mandato a difendere un aspetto sull’altro e non, come sarebbe invece corretto, tutti e due insieme. Un altro aspetto importante è il fatto che la legge 240/10 prevede l’esclusione dalla partecipazione al SA di docenti che ricoprano altre cariche accademiche, ad eccezione di quella di direttore di dipartimento. Se pure la carica di coordinatore di corso di studio è una carica “minore”, resta il dubbio se esista un conflitto con l’esclusione prevista dalla legge.

La proposta alternativa prevede invece che il numero di direttori di dipartimento sia pari al minimo di legge con una partecipazione ampia di docenti eletti senza etichette di funzione, a collegio unico o per facoltà, in generale con criteri che permettano una corretta rappresentanza delle varie anime del nostro ateneo. Questa proposta alternativa ha come vantaggio principale la salvaguardia dell’inscindibilità della ricerca scientifica e della didattica, rappresentate in SA dai docenti in esse impegnati e non da figure legate alla loro funzione, e  con  un organo che finalmente non lavorerebbe a compartimenti stagni. Anche i direttori di dipartimento, infatti, avranno secondo la legge competenze di didattica e non potranno quindi non sentirsi responsabili in prima persona anche di questi aspetti della vita universitaria.

Nella versione attuale del nuovo statuto i dipartimenti si troveranno in carico direttamente solo una parte molto limitata di didattica, sostanzialmente quella dei dottorati, ma collaboreranno con i corsi di studio per la stesura dell’offerta didattica e gestiranno la distribuzione del carico didattico tra i vari docenti. Avranno inoltre la responsabilità delle chiamate con proposte da formulare al SA e al CdA (l’unico organo davvero esecutivo dell’Ateneo). C’è stata una discussione vivace in commissione sulla composizione delle giunte di dipartimento. Una versione prevede una composizione per categorie, mentre la versione alternativa prevede una giunta che, oltre a studenti e personale TA come nella prima versione, include i docenti (professori e ricercatori) come un’unica categoria. La giunta sarebbe individuata dal Direttore (salvo che per le componenti di categoria, studenti, personale TA e precari della ricerca) che la proporrebbe al Dipartimento per l’approvazione.

E’ tutt’ora in discussione il problema nodale della partecipazione dei dipartimenti alle facoltà. Il dibattito verte sulla possibilità o meno di un dipartimento di partecipare a più facoltà, eventualmente a tutte. Gli effetti di questa partecipazione sono molteplici, sia sulla numerosità degli organi di governo delle facoltà stesse che in numerosi altri aspetti gestionali. Una proposta prevede che i dipartimenti possano partecipare a qualunque scuola a patto che ci sia anche un solo insegnamento impartito nella scuola da uno dei docenti del dipartimento. Le obiezioni che sono nate in commissione riguardano la necessità di porre un vincolo alla partecipazione con una soglia minima. Se infatti immaginiamo una facoltà con 8 corsi triennali e 8 magistrali, la facoltà erogherebbe 300×8=2400 crediti. Se un dipartimento fornisse didattica per 12 crediti in tale scuola, magari in più corsi, il suo contributo sarebbe pari allo 0.5% della didattica della facoltà. La partecipazione del direttore di dipartimento all’organo di governo della facoltà darebbe alla sua voce un peso tipicamente pari a 1/30, vale a dire circa il 3%. La numerosità dell’organo aumenterebbe inoltre, essendo prevista pari al massimo al 10% del totale dei dipartimenti coinvolti più i direttori. Una possibile soluzione sarebbe inserire, al fine della partecipazione del dipartimento alla facoltà, vincoli legati minimo dei crediti erogati da un dipartimento e alla loro tipologia.  Non va dimenticato che i docenti parteciperebbero comunque all’elaborazione dell’offerta formativa e alle discussioni all’interno dei consigli di corso di studio dove insegnano e che la partecipazione o meno di un dipartimento con contributo didattico marginale a una facoltà implica unicamente la presenza o meno del suo direttore nell’organo di governo. Un’altra possibilità sarebbe prevedere l’afferenza, di norma, del dipartimento a una sola scuola, con eccezioni decise dal SA per dipartimenti che fornissero un contributo rilevante alla didattica di diverse scuole.

La prossima riunione è prevista per martedì prossimo e si aprirà con le facoltà per arrivare ai corsi di studio. Ogni suggerimento o proposta è, come sempre, benvenuto.

Cordialmente,

Guido Mula

  10 Commenti per “Resoconto sedute del 10, 12 e 18 maggio 2011”

  1. Non ho una posizione sulla alternativa relativa a quali Dipartimenti in
    ogni Facolta’. Le due soluzioni hanno pro e contro, e la mia scelta
    dipendera’ soprattutto dalle implementazioni scelte per le alternative.

    A questo proposito, se un Dipartimento puo’ stare in piu’ Facolta’, suggerirei di ridurre, molto al di sotto della legge, il numero di membri della “Giunta” della Facolta’ (max 35, ma forse anche meno), e di riservare l’elettorato attivo e passivo solo a docenti che fannop arte di almeno un CCS della Facolta’.

    In questo modo, dipartimenti poco coinvolti in una Facolta’ avrebbero solo il Direttore nella Giunta (e una quota del 3% non mi pare di peso), e non riuscirebbero ad eleggerne altri. Eventualmente il numero di componenti potrebbe essere una funzione crescente del numero di Dipartimenti.

  2. Caro Giuseppe,

    la mia posizione in proposito è che, oltre alle osservazioni già scritte nel resoconto, caricare i direttori (che sono loro a dover partecipare agli organi di governo delle strutture di raccordo) di riunioni aggiuntive nelle quali non avrebbero sostanzialmente voce in capitolo nè per regola nè per logica mi pare privo di significato. Se la partecipazione ci deve essere, questa deve nascere dalla rilevanza della partecipazione dei docenti di un dato dipartimento alla didattica della facoltà.

    Se infatti il contributo didattico di un dipartimento in una facoltà è insignificante, che tipo di interesse o vantaggio può avere il suo direttore (ma anche la scuola), nell’andare a discutere di argomenti che, evidentemente, esuleranno completamente dagli ambiti di interesse e competenza dei dipartimento stesso? Se il sistema deve essere efficiente serve rendere gli organi di governo delle strutture il meno pletorici possibile e il più razionali possibile.

    Inserire, per fare un esempio, il direttore del dipartimento di fisica nella facoltà di scienze umane, posto che ci sia una facoltà con quel nome, permetterebbe forse al direttore di fisica di migliorare la didattica del latino o della letteratura francese? O della scelta dei corsi per la laurea in formazione primaria? Non credo affatto. Non è quindi solo una questione di volume degli organi e/o di impegno dei direttori, ma anche della ragionevolezza di una partecipazione di un dipartimento ad una scuola.

    I docenti che insegnano nelle scuole avranno comunque modo di far sentire la propria voce nei consigli di corso di studio, dove l’offerta formativa viene costruita. Dato che poi i dipartimenti dovranno collaborare con i corsi di studio nella definizione delle offerte formative dei corsi è anche chiaro che ogni dipartimento che contribuisce alla didattica di un dato corso di studio potrà dare il suo contributo a quel livello. Ma a livello di facoltà tale contributo, a mio avviso, perde di significato e di qualsivoglia valenza pratica e razionale.

  3. Caro Guido, nel ringraziarti per il resoconto, colgo l’occasione per manifestare la mia profonda disillusione. Non nei confronti della commissione per la formulazione del nuovo statuto (per carità! il minimo è ringraziarvi), quanto per la piega che ha preso la discussione generale a livello di Ateneo. E’ significativo che queste cosiddette neo-facoltà acquisiscano peso sempre maggiore; in fondo si spinge verso la clonazione dell’esistente. Se c’era un concetto positivo nella ‘gelmini’, era la semplificazione. Ebbene, si sta complicando ancor di più, e alla fine chi ha più energie l’avrà vinta. Vittoria di Pirro. La maggior parte del corpo docente è inerte e disinformata; dobbiamo combattere, in parallelo, altre guerriglie stupide ed inopportune come la costituzione di miseri corsi magistrali abilitanti (anziché dei più snelli TAF) basati su documenti ministeriali ugualmente insensati (v. dichiarazione unanime dei Presidi di Lettere). Ci stanno esaurendo le energie e la possibilità di comprendere sinteticamente anche con questi continui bombardamenti con nuovi documenti e nuove incombenze. Burocrazia su burocrazia.
    Nella nostra facoltà di Lingue, ad esempio, tutto si fa (dalla progettazione didattica alla ristrutturazione dell’edificio) come se niente dovesse cambiare nell’organizzazione generale dell’Ateneo. Evidentemente questo rispecchia l’atmosfera generale. Già il mantenimento della denominazione ‘facoltà’ è significativo. Come il silenzio del Rettore verso TUTTI noi: avrà senz’altro cento, mille gatte da pelare, ma intanto lui dovrebbe essere il timoniere se ha accettato di dirigere l’attuazione della ‘gelmini’.
    Ti ringrazio ancora e ti auguro buon lavoro. Marinella Lorinczi

  4. Caro Guido, seguendo il tuo invito provo a mettere per iscritto (in forma breve) le cose di cui abbiamo discusso a voce.
    Indipendentemente dal mio non positivo giudizio sull’impianto complessivo della legge Gelmini, io credo che alcune novità ivi contenute potrebbero, se ben implementate in pratica, offrire un’occasione di rinnovamento profondo del nostro Ateneo.
    Io penso ad un’Università articolata su Dipartimenti forti e su Scuole in posizione ancillare, con soli compiti di coordinamento didattico.
    I Dipartimenti dovrebbero, a mio avviso, essere investiti della piena responsabilità in merito alla didattica (copertura degli insegnamenti, rotazione degli incarchi didattici, gestione del corso di studi di riferimento e, infine, organizzazione dei “corsi di servizio” per tutte le Scuole che ne necessitano) ed alla ricerca (strategie di lungo termine, coordinamento della partecipazione a progetti regionali, nazionali ed internazionali, gestione del personale).
    Ai Dipartimenti dovrebbero essere assegnate le risorse di nuovo personale e la gestione delle relative concorsualità.
    I Dipartimenti, per contro, dovrebbero essere valutati in modo severo e con periodicità regolare: in funzione di questa valutazione il Dipartimento dovrebbe essere premiato o penalizzato.
    Da qui discende l’interesse di ogni Dipartimento a ben operare, sia in termini di didattica (soprattutto quella “di servizio”, prestata presso Scuole diverse da quelle di afferenza), sia in termini di ricerca, sia in termini di politica del personale e delle assunzioni/promozioni.
    Le Scuole, nella mia visione, dovrebbero essere impegnate in compiti di mero coordinamento e nè dovrebbero avere autonomia didattica (copertura corsi), nè dovrebbero ricevere risorse.
    A tutela dei loro interessi esisterebbe la possibilità di esprimere un giudizio negativo sulla didattica, ipoteticamente non di qualità, erogata da un certo Dipartimento che, come detto sopra, sarebbe penalizzato da questa sua cattiva peformance.
    Logica conseguenza di questo assetto è che il S.A. dovrebbe essere costituito da tutti i Direttori di Dipartimento (naturalmente, più i rappresentanti delle altre categorie, come previsto dalla legge).
    Spero di aver accolto il tuo invito a veicolare queste mie idee tramite il tuo blog nel modo migliore.
    Cordialmente,
    Luciano Colombo

  5. Sarò molto sintetico, sottoscrivendo quanto ha già scritto sopra Luciano.
    Se l’Università ha due missioni intrecciate, la ricerca e la didattica, anche la loro gestione deve necessariamente essere unitaria. Essendo una missione, è necessario fissare dei criteri rigorosi per misurare il raggiungimento degli scopi. Pertanto la ‘forza’ dei Dipartimenti investiti sia del compito di gestire le attività di ricerca, sia di organizzare le attività della didattica, non va vista in senso deteriore come ‘centro di potere’ fine a se stesso. Questa degenerazione dei dipartimenti ‘forti’ è possibile solo se si rinuncia a definire gli obiettivi che ciascun Dipartimento deve perseguire, alla conseguenze assegnazione e reperimento di risorse, e alla necessaria definizione di criteri oggettivi per la verifica del raggiungimento dei risultati. Questi ultimi rappresenterebbero il vero bilanciamento alla forza che avrebbero i dipartimenti, e non la generazione di altre strutture di contrappeso, che avrebbero il solo scopo di frenare lo sviluppo dell’Università.
    La creazione di strutture che siano di contrappeso l’una all’altra, e la cui composizione sia ancora guidata da una logica di pesi e contrappesi, è ragionevole nella misura in cui lo scopo dell’Università è, in ultima analisi, quello di distribuire o spartire risorse. Io sono convinto che nel futuro prossimo l’Università dovrà lavorare innanzitutto per acquisire le risorse. Per farlo dovrà dotarsi di strutture che abbiano il pieno controllo delle diverse attività (ricerca, didattica, rapporti con il territorio, ecc.) e sottoposte a criteri oggettivi e condivisi per la verifica del raggiungimento degli obiettivi.

  6. A quanto pare (ma lo si prevedeva) il problema più grosso è la costituzione dei Dipartimenti. Da cui dipende il numero, la dimensione e il ruolo degli organi di raccordo, che si vogliono chiamare ‘facoltà’ a tutti i costi. Il Pro-Rettore alla Didattica è stato investito dell’ingrato compito di mediare, ma l’aggettivazione è secondaria e di pura cortesia. Potremmo sapere i risultati di quest’operazione? Luglio si avvicina.

  7. ‘E interessante come non si sappia bene come comportarsi con quelle che la legge chiama “strutture di raccordo” e che, se non sbaglio, si stanno chiamando Scuole o Facoltà (ed anche questo è interessante, le chiameremo in un modo a Cagliari ed in un altro a Sassari o ci si mette d’accordo in tutta Italia?). Questo nasce dal fatto che se è vero che i compiti specifici dell’Università sono quelli di fare ricerca e di elargire sapere (didattica), metà dei suoi compiti, visto che in ultima analisi la didattica viene fatta all’interno dei Corsi di Laurea, sono regolamentati da meno di due pagine sulle 37 dell’intera legge (art.2, comma 2, punti c,f,g,h,i). Per quanto riguarda il problema Dipartimenti-strutture di raccordo vorrei fare un esempio pratico (spesso se affrontiamo il problema praticamente si può capire anche l’aspetto teorico o generale del problema stesso). Il Corso di laurea in Scienze Naturali, triennale, comprende il settore CHIM per 15 crediti, si può pensare che il Dipartimento di Chimica non sarà molto interessato ad intervenire, meno crediti vi sono per Mat e Fis e vale lo stesso discorso. Tutto il resto è suddiviso anche se non simmetricamente, tra i settori BIO e GEO (c’è anche uno IUS con 6 crediti ma vale il discorso di CHIM). Ora sembra che il gruppo BIO si divida in almeno 2 Dipartimenti mentre il settore GEO dovrebbe riunirsi in un unico Dipartimento. Quindi sembrerebbe che per coordinare e razionalizzare l’attività didattica delle Scienze Naturali siano necessari almeno 3 Dipartimenti ognuno con gli stessi interessi. Mi domando se è giusta questa mia interpretazione o se, come può accadere per uno che sta andando in pensione, non ho capito bene? Grazie

  8. Aggiungo anche qui le informazioni necessarie per recuperare il documento prodotto dalla “commissione d’indagine sul nuovo Statuto” della Facoltà di Scienze MFN.
    Potete scaricarlo qui.

  9. Intervenendo nel dibattito manifesto innanzitutto la mia preoccupazione per i ritardi con cui si avvia in ateneo la discussione sui nodi fondamentali della riforma dello statuto. Invocare la mancanza di pubblicità dei lavori della commissione di ateneo è solo in parte una giustificazione a quanto si sta verificando; nel processo costruttivo dovremmo sentirci tutti coinvolti poiché la carenza di dibattito potrebbe risultare in una problematica approvazione delle modifiche in ateneo e presso il Ministero.
    Dalla relazione di Guido emergono diverse opzioni su aspetti importanti della riorganizzazione ma prima di fare una scelta credo sia importante riflettere sullo spirito e sul dettato della legge partendo dalla organizzazione dal basso e non dagli organi centrali. Gli elementi portanti della nuova articolazione interna sono i Dipartimenti a cui vengono affidate tutte le funzioni (art.2, comma 2, lettera a). Le strutture di raccordo (SR) sono possibili ma non raccomandate e la loro funzione limitata al coordinamento e razionalizzazione delle attività didattiche e di gestione dei servizi comuni (art.2, comma 2, lettera c). Se allo stesso punto non fosse compresa anche la proposta di attivazione o soppressione dei corsi il loro ruolo nella organizzazione dell’ateneo sarebbe del tutto marginale. Non voglio insistere su quella che era la mia visione di partenza e cioè la non necessità delle SR (opzione prevista dal legislatore, ritengo, per semplificare anche numericamente i centri decisionali) ma non credo che si possano rovesciare nello statuto i rapporti di forza fra Dipartimenti e SR né che a queste ultime possa essere dato un ruolo, attraverso qualsiasi meccanismo, di rappresentanza nel SA. Questo è chiaro nelle intenzioni del legislatore: nel SA siede necessariamente una rappresentanza (anche completa) dei Direttori di Dipartimento; sono necessariamente esclusi i Direttori delle strutture di raccordo.
    Dare forza ai Dipartimenti significa per me responsabilizzare nell’organizzazione della didattica e della ricerca (ed ove previsto dell’assistenza) i Direttori di Dipartimento che entrano nel SA come risultato di un’elezione partecipata e responsabile a cui concorre nei singoli Dipartimenti tutto il corpo accademico (docenti, ricercatori ed ove si voglia una rappresentanza del personale ATA e degli studenti). Solo i Direttori di Dipartimento, possono contribuire, in una visione unitaria dell’Ateneo, a definire la programmazione generale. La presenza di tutti i Direttori di Dipartimento in SA non precluderebbe gli spazi per rappresentanze specifiche (Ricercatori?, personale ATA) e studenti.
    Se, come sembra emergere dalla Commissione, le SR sono elementi irrinunciabili dell’organizzazione di ateneo, appare a me conveniente attenersi nella composizione strettamente a quanto affermato nell’art.2, comma 2, lettera f ( i direttori dei Dipartimenti raggruppati nella stessa struttura o loro delegati, una rappresentanza degli studenti ed un presidente nominato dai componenti). Se l’organizzazione didattica (ben distinta dall’organizzazione dei servizi per la didattica) è compito dei Dipartimenti appare inutile duplicare le sedi decisionali. I Consigli di corso di studio rimangono in piedi come strutture a latere dei Dipartimenti o delle SR. Ogni Dipartimento è raggruppato (uso la stessa espressione del legislatore) in una sola SR, salvo motivate eccezioni. Se non intraprendiamo una strada di piena trasformazione dell’organizzazione universitaria continueranno a sopravvivere le criticità dell’attuale gestione in termini di carenza di risorse umane, mancanza di progettazione ed anche di democrazia.
    L’idea di assegnare alle SR compiti di indirizzo della didattica e conseguente diritto alla rappresentanza in SA, comunque si realizzi (tramite rappresentanti delle SR o Presidenti di CS) contrasta con l’unitarietà della organizzazione didattica e di ricerca affidata ai Dipartimenti. Dinanzi alla prospettiva di un SA fatto (oltre che dai rappresentanti degli studenti) da Direttori dei Dipartimenti (non tutti), Presidenti di CS (non tutti), rappresentanti di categorie specifiche (tutte o solo alcune) come PO, PA, Ricercatori, Precari, Personale ATA, preferisco un’elezione con tutto il personale all’elettorato attivo e passivo, che rispetti i termini di legge ( riserva per i Direttori di Dipartimento e studenti).

  10. Prendo spunto dall’intervento della collega Lorinczi, per dire che noto anch’io un tentativo di attribuire un ruolo “forte” alle Facolta’. Il problema e’ che i pilastri dell’attuale potere delle Facolta’ (Preside di diritto in SA, e SA costituito per quasi il 50% di Presidi, competenza unica sulle chiamate e sui bandi, incardinamento dei docenti) sono sostanzialmente svaporati. Quindi attribuire un ruolo forte alle Facolta’ produrrebbe, non avendo queste gli strumenti per esercitarlo, un sistema ingovernabile.

    Detto questo, mi pare che uno dei nodi relativi alle Facolta’ sia la definizione che diamo di coordinamento della didattica. Io credo che gli ordinamenti debbano essere proposti da uno (o piu’) Dipartimenti, e che i proponenti ne abbiano il “copyright”. Quindi anche modifiche e disattivazioni debbano partire da loro. In questa fase le Facolta’ potrebbero esprimere al piu’ un parere (relativo alle compatibilita’ con gli altri corsi di laurea dell’ordinamento).
    Dove la Facolta’ potrebbe avere maggior potere e’ sulle attivazioni, e
    piu’ in generale sulla offerta formativa (quali corsi attivare, e con quali insegnamenti). D’altra parte la 240/10 parla, per le Facolta’, di “proposta di attivazione o soppressione di corsi di studio”. Con la conseguenza di attribuire alle Facolta’ compiti di definizione delle coperture (o, piu’ esattamente, dell’elenco delle esigenze didattiche) dei corsi di studio attivati, e di gestione del budget supplenze/contratti.
    Io aggiungerei anche che le Facolta’ possano misurare le esigenze didattiche, formulando pareri sulle priorita’ delle relative coperture.

    Per essere chiaro, non sono invece d’accordo che le Facolta’ esprimano pareri su bandi, chiamate et similia.

    Giuseppe Mazzarella

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