Mag 232011
 

QUANDO LE STATUE DI CERA AIUTAVANO GLI SCIENZIATI
Corriere della Sera 10 mag. ’11

LA STORIA DELLE RICOSTRUZIONI ANATOMICHE RACCONTATA DA JULIUS VON SCHLOSSER. ALCUNI ESEMPLARI ALL’ UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

Quando cerchiamo un’ immagine le sofisticate tecnologie ottiche di oggi, le medesime che promettono «fedeltà assoluta», ce la restituiscono in base al pixel (contrazione della locuzione inglese picture element), ovvero ricorrendo ai puntiformi che compongono la rappresentazione nella memoria di un computer. Qualcuno rimpiange la foto o le vecchie riprese cinematografiche, ma non sono pochi a credere che soltanto un ritratto dipinto riveli anche la personalità del soggetto. Ora il testimone è gestito dai megapixel delle fotocamere. Ci fu un tempo nel quale ogni riproduzione della realtà – faccia, fiore, viscere o uomo intero – veniva affidato alla cera. La somiglianza era eccellente e, in più, essa ben rappresentava l’ idea di eterno che si desiderava conferire al soggetto ritratto. Di questa singolare avventura, capitolo di storia dell’ anatomia oltre che di estetica, con i suoi attuali luoghi di culto nei musei dedicati a Madame Tussauds (presenti, tra l’ altro, a Londra, Berlino, Hong Kong, Las Vegas, New York, Shanghai, Roma e dall’ agosto 2009 a Hollywood), esce finalmente tradotto in italiano il più autorevole degli inventari. Lo scrisse nel 1911 il sommo Julius von Schlosser: Storia del ritratto in cera (Medusa pp. 248, 16,50; cura e introduzione di Marco Bussagli). Noi, con le tecnologie di cui disponiamo, vorremmo avvicinarci sempre più all’ oggetto attraverso geometrie e colori; quello che von Schlosser passa in rassegna sono invece i ritratti tentati sino al romanticismo, cercando quella fedeltà che per secoli è stata inseguita, idealizzata, a volte abbellita. Sovente però è stata evocata impietosamente, con doppi menti, bitorzoli e strabismi. Altre volte il realismo si è fatto feticista e macabro, come capitò all’ Eva di Ercole Lelli, conservata all’ Istituto di Anatomia dell’ Università di Bologna: lo scultore settecentesco utilizzò unghie e capelli veri per la progenitrice biblica. Ma la lettura del testo di von Schlosser si fa entusiasmante proprio per i dettagli che rivela. Ecco i funerali di Pertinace nel foro romano, descritti da Dione Cassio, dove non mancava un’ effigie del morto in cera che sfilava con il corteo; ecco un passo di Vasari che riferisce sulle maschere mortuarie; ecco ancora la figura intera di Federico il Grande nel Vaterlänsdisches Museum di Braunschweig con l’ uniforme delle guerre di Successione: portamento reclinato, occhi di vetro, parrucca. La cera, insomma, ha fatto miracoli, restituendo ai nostri sguardi un universo scomparso. Il medesimo che continua a vivere congelato in chiese o musei, in raccolte o dove capita, affinché forme e volti non si dissolvano come la carne di cui erano fatti.
Torno Armando

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