Nov 072015
 
Jean-Claude Combessie nel 2002 a Barumini

Jean-Claude Combessie nel 2002 a Barumini

Jean-Claude Combessie è stato per tanti anni il direttore du Centre de l’Education e de la Culture dell’EHESS di Parigi (dal 1984 al 1997). E ricopriva quella funzione quando l’ho conosciuto nel 1993.

Ho difficoltà a dire di aver avuto maestri, però in un certo senso lui fu un maestro.

Quando entrai a casa sua ne fui sorpreso. Abituato alle case della piccola o media borghesia italiana, il caos di pile di libri, di maschere asiatiche e africane, quella casa di legno dentro l’impasse Saint Denis, traversa della Rue Saint Denis, strada di sexy-shop, vecchie puttane e magnaccia, era totalmente sconcertante. Un tavolino basso con una specie di grande incavo in bronzo conteneva quantità inverosimili di arachidi.

Mi sono sempre chiesto se ci fossero topi che andavano a mangiarle dopo il nostro passaggio.

Si era laureato nel 1962 in Lettere Antiche, all’ENS, ed era stato premiato come migliore studente della sua generazione. E si era convertito alla Sociologia dopo aver sentito una conferenza di Bourdieu sull’Algeria.

Quando tornavo dalla Sardegna portavo sempre delle bottiglie di Cannonau da bere insieme. Lo apprezzava molto.

Quando discutevo della mia tesi con lui, la discussione poteva durare ore, passavamo tutto il pomeriggio insieme, e in realtà si parlava di tante cose. E in generale, finivamo per berci insieme qualche bottiglia.

Quando uscivo da casa sua, era spesso notte, la rue Saint Denis deserta, e io barcollavo.

Lui invece rimaneva impassibile.

Un sorriso sornione.

Poneva domande.

Farsi domande giuste è stata la sua lezione. Che significava non credere di aver risolto un problema sociologico usando un concetto e o un bel giro di parole. Sezionava ogni idea e ogni concetto. E chiedeva continuamente, che cosa vuol dire?

E metteva così in crisi tutte le convinzioni.

Certo a volte mi arrabbiavo. Mi sembrava così evidente, cosa volesse dire un “concetto” passepartout di quelli che i sociologi e umanisti usano a profusione e danno per scontanti.

Poi alla fine, tornavo a casa, e mi rimettevo a lavorare e mi accorgevo che quello che mi sembrava chiaro andava rivisto, ripensato, chiarito.

E in tutto questo non diceva mai come dovevo pensare, cosa dovevo fare esattamente.

E anche in questo mi arrabbiavo, a momenti. Avevo l’impressione che non dirigesse la mia ricerca.

E infatti non la dirigeva, la sezionava. Bisognava essere autonomi con Jean-Claude, anzi indipendenti. E reggere il vino. Perché poi dopo ore di discussione si finiva sempre a raccontare storie e a ridere e ci si dimenticava della tesi.

Durante gli studi mi indirizzò verso due sociologi cui devo molto, due persone molto diverse come impostazione sociologica e anche come personalità. Monique de Saint-Martin, una delle collaboratrici più importanti di Bourdieu, presso l’EHESS e Jean-Michel Chapoulie presso l’ENS, la prima utilizzava e metteva in crisi l’impianto bourdesieuano, il secondo  ci avviò alla ricerca etnografica e allo studio delle opere dei sociologi americani della Scuola di Chicago. Combessie aveva un’idea estremamente aperta e pluralista della ricerca sociologica sia dal punto di vista teorico che metodologico. E credo avesse ragione, ogni teoria è uno sguardo diverso sul mondo e così ogni strumento di ricerca. Passò anni a lavorare alla critica dei metodi quantitativi per l’analisi delle diseguaglianze, mostrava che il metodo usato influenzava le conclusioni.

Era un uomo generoso. In casa sua entravano personaggi assurdi, trovati per strada e molti intellettuali e aveva piacere far discutere i suoi studenti con i suoi amici sociologi della vecchia generazione. Ospitò pure uno studente di Cagliari che gli chiesi di tenere per un po’. Credo che l’abbia tenuto in casa per due o tre anni. Ogni volta che tornavo a Parigi andavo a trovarlo. L’ultima volta fu nel 2009. Era triste, era incastrato dentro le sue storie. O forse erano i primi segni di una malattia fulminante.

Sono rimaste le amicizie. Jean-Claude era un uomo che costruiva connessioni. Un uomo generoso. E tra le persone che hanno studiato con lui rimane questo tratto di umanità che ci unisce anche se oggi lavoriamo in continenti lontani. E non è una scuola sociologica, ma una certa idea del lavoro pedagogico e della ricerca.

Jean-Claude è morto il 15 settembre del 2010. Non so perché ho pensato a lui. Non mi ricordavo la sua data di morte. Però ho sentito dopo tanti anni che dovevo rendergli omaggio.

Nel 2002 tenne un seminario sulle diseguaglianze presso il Dipartimento di ricerche economiche e sociali. Come direttore dell’ Institut de recherche sur les sociétés contemporaines (IRESCO) firmò con il nostro dipartimento un accordo di cooperazione.

 

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