Ago 012008
 

di Daniela Zedda e Giuseppe Casanova*

La manovra economica triennale introdotta con l’adozione del D.L. n. 112/2008, rivela il reale disegno del Governo sui sistemi pubblici dell’Università, della Ricerca e della Formazione.
Il provvedimento infatti, oltre a prevedere una impressionante riduzione delle risorse come pre-condizione per favorire la privatizzazione di settori essenziali per lo sviluppo del Paese, quali il sistema della ricerca scientifica e dell’alta formazione, contiene, nella sua complessità, una serie di disposizioni che, se mantenute, avranno come effetto dirompente quello di far saltare l’intero sistema universitario italiano, producendo una irreversibile destabilizzazione.
Invece di investire nella conoscenza per lo sviluppo del Paese, la manovra si limita a drenare risorse dai settori della formazione e della ricerca, in particolare quella universitaria, in maniera miope e pasticciata, producendo l’effetto opposto rispetto agli obiettivi che ne avevano ispirato l’emanazione: “promuovere lo sviluppo economico, semplificare e razionalizzare l’organizzazione amministrativa, restituire potere d’acquisto alle famiglie”.
Quando qualche anno fa, mentre l’allora Ministro dell’Economia francese Francis Mer, comprendendo la strategica importanza che gli atenei potevano avere per lo sviluppo di una nazione, pronunciava la frase “Sull’Università si gioca il futuro di un Paese”, il Ministro Tremonti (durante il precedente Governo Berlusconi), forse ispirandosi a realtà d’oltreoceano più illustri, quali il M.I.T (Massachusetts Institute of Techonlogy), si prodigava per contrapporre al sistema della ricerca universitaria un contenitore vuoto, di cui non erano chiari i presupposti e gli obiettivi, e di cui si continua a garantire la sopravvivenza ancor oggi, quale il fantomatico I.I.T. (Istituto Italiano di Tecnologia, di Genova), cui si aggiunge l’Agenzia per la Diffusione delle Tecnologie, il cui costo complessivo annuo è stimabile nell’ ordine di circa 100 milioni di euro, senza che ci sia ancora stata nessuna effettiva verifica di ricaduta sul nostro sistema produttivo, ma che da anni sta sottraendo preziose risorse alle Università che, incredibilmente, con questa manovra finanziaria, si stanno invece mandando alla rottamazione.

Ci stiamo allontanando inesorabilmente dagli obiettivi di Lisbona, che prevedono investimenti del PIL a favore dell’istruzione, della formazione e della ricerca. Obiettivi condivisi dal Consiglio Europeo per l’anno 2010, che dovrebbero rappresentare per tutti i cittadini dell’Unione un traguardo vitale da raggiungere. Sono le linee guida per uno sviluppo economico-sociale, votato al cambiamento e all’innovazione, al fine di raggiungere la necessaria competitività senza che si perda l’identità culturale e professionale di ciascuna comunità.

A proposito della ricerca scientifica, un recente studio dell’Ocse, teso a misurare le competenze degli studenti di 57 Paesi, vede l’Italia al 36° posto. Lo studio ha evidenziato la stretta relazione tra gli investimenti in ricerca e sviluppo e la preparazione e competenza degli studenti. Al primo posto della graduatoria del progetto «P.I.S.A.» – Programme for international student assessment – c’è la Finlandia (3,5% del Pil investito in ricerca e sviluppo) e ancora tra i primi il Giappone (3,1% del Pil). Il dato sull’Italia, purtroppo, non stupisce perchè è in linea con altri indicatori che ci piazzano dietro la Spagna e poco davanti a Portogallo e Grecia.

Questioni evidentemente non all’attenzione del Ministro Tremonti che nella sua manovra finanziaria, in particolare all’art. 16., introduce, un’altra perla: la possibilità per le Università pubbliche di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato, il tutto attraverso l’adozione di una semplice delibera del Senato Accademico assunta a maggioranza assoluta (metà più uno dei componenti dell’organo).
La pericolosità insita in questa disposizione è chiara. A parte l’eccessiva facilitazione procedurale prevista nel decreto legge per consentire un mutamento sostanziale della natura pubblicistica dell’istituzione universitaria, le pesanti ripercussioni che ne deriveranno sono tutte da analizzare con estrema attenzione.
Facile immaginare ad esempio quanto illusorio possa essere pensare che il progressivo taglio degli attuali finanziamenti pubblici per le Università, già quasi al collasso finanziario, potrà essere sostituito e addirittura superato dai finanziamenti privati.
La trasformazione delle Università pubbliche in Fondazioni di diritto privato proposta dal decreto, rappresenta probabilmente per qualcuno un affare appetitoso ed irrinunciabile, ma, nel contempo, costituisce una trappola mortale, una invitante “esca avvelenata” che farà sentire, già nel medio periodo, i suoi effetti venefici.
Così configurata la norma sulla possibilità di trasformazione delle università in fondazioni sembra più finalizzata a deregolare e privatizzare piuttosto che a potenziare l’autonomia universitaria: manca ogni riferimento ai parametri cui condizionare la possibilità di trasformarsi in fondazione, compresi i contesti territoriali, come nel caso della Sardegna, in cui l’Università svolge un ruolo centrale e propulsore per la crescita della società in termini di alta formazione e di ricerca che nessun altro soggetto è in grado di assicurare, ed in cui il tessuto imprenditoriale è asfittico ed estremamente povero di risorse finanziarie e non solo. Non vengono definiti i nuovi spazi di autonomia né i criteri della governance che dovranno presiedere al nuovo assetto.
In mancanza di regole e garanzie sono a rischio anche la libertà di insegnamento e il diritto allo studio. A questo proposito, con quali criteri, se non con quello prevalente “dell’economicità della scelta”, verranno adottati i nuovi regolamenti delle tasse universitarie?

Come rappresentanti del Personale Tecnico Amministrativo in Senato Accademico, non possiamo non evidenziare infine che l’attuale Contratto Collettivo Nazionale dell’Università si applicherà al personale tecnico-amministrativo solo fino alla scadenza del contratto stesso, poi saranno possibili altre soluzioni non ben definite, tra le quali quella secondo cui il personale potrà essere privatizzato.

A proposito di contratto, il cronico ritardo con il quale viene rinnovato quello del personale T.A dell’università, un ritardo ormai di tre anni, dovrebbe far capire al Ministro Tremonti, che per essere competitivi, non è sufficiente erogare i salari più bassi ed avere quindi un costo del lavoro più basso di tutta la comunità europea (siamo terz’ultimi). Finalmente anche i dati ufficiali hanno messo in evidenza quello che i lavoratori italiani dicono da molto tempo, che il nostro salario non è più sufficiente per vivere. Abbiamo la necessità di essere più competitivi, in termini di qualità, e l’università dovrebbe e può svolgere questo ruolo essenziale.

Per concludere le brevi riflessioni sul D.L., non certo riferite a tutto il documento, e pertanto non esaustive , è doveroso un riferimento anche all’articolo 66 relativo al “Turn over” che dal 2010 riduce al 20% la possibilità di mettere a concorso le cessazioni verificatesi nell’anno precedente. Un altro grande disastro che incombe sulle università italiane non solo per il personale T.A. ma anche per l’anzianità del corpo docente che insegna attualmente negli atenei italiani, problema che non trova riscontro in nessun’altra parte del mondo. Se nel 1975 l’età media di chi insegnava era di 35-38 anni, oggi è di 47-51. Facile immaginare gli effetti deleteri che produrrà questa norma per quasi tutti gli atenei italiani.

Chiediamo quindi a tutte le componenti universitarie: personale docente, ricercatore, tecnico, amministrativo, bibliotecario, personale che opera nell’A.O.U., studenti, dottorandi, assegnisti e personale di ricerca in genere, di favorire in tutte le sedi una seria riflessione sul futuro imminente della nostra Università, a seguito dell’applicazione del D.L. 112/2008, perché venga scongiurato il pericolo che l’impagabile patrimonio non solo materiale, ma anche e soprattutto intellettuale, venga disperso a seguito di scelte scellerate, tese ad assicurare solo il perseguimento di interessi personali, con mere operazioni ragionieristiche che oltre a destabilizzare le Università, mettono a serio rischio il progresso culturale, economico e sociale del nostro paese.

*rappresentanti del personale T.A. in Senato Accademico

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