Intreccio,……. Chrétien

 

MAURIZIO VIRDIS

INTRECCIO, STRUTTURE, NARRAZIONE E DISCORSO NEL ROMANZO:  IL CASO DI CHRÉTIEN DE TROYES

(Analisi dell’Erec et Enide e dell’Yvain)

Pubblicazioni dell’Istituto di Filologia moderna della Facoltà di Lettere e Filosofìa dell’Università degli Studi di Cagliari

CAGLIARI 1980

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CAPITOLO I pag. 7

Autore e Narratore pag. 9

La struttura delle azioni pag. 34

  • La funzione pag. 34
  • I nuclei semantici narrativi pag. 41
  • Una nuova proposta di

grammatica narrativa pag. 48
La macro-struttura semantica
pag. 69

CAPITOLO II : L’Erec et Enide pag. 80

L’entrelacement pag. 80

Le strutture narrative pag. 91

CAPITOLO III: Yvain, le chevalier au lion pag. 122

L’entrelacement pag. 122

Le strutture narrative pag. 139

Bibliografia pag. 174

 

MAURIZIO VIRDIS

INTRECCIO, STRUTTURE, NARRAZIONE E DISCO NEL ROMANZO: 

IL CASO DI CHRÉTIEN DE TROYES    (Analisi dell’Erec et Enide e dell’Yvain)

Pubblicazioni dell’Istituto di Filologia moderna della Facoltà di Lettere e Filosofìa dell’Università degli Studi di Cagliari

CAGLIARI 1980

 

 

 

 

PREMESSA

E’ noto quanto sia attuale e dibattuta la problematica intorno all’opera e alla figura di Chrétien de Troyes, questo grande narratore del XII secolo, che tanta impor­tanza assume per chiunque si interessi del medioevo let­terario francese e non solo francese. Interesse e dibattito dovuti alla notevole complessità, al vario e vasto si­gnificato umano e artistico proprio della sua opera. E va rie sono state le interpretazioni che la critica ha cer­cato via via di proporre all’attenzione, sia perché ciò che concerne l’opera complessiva dell’Autore, sia per ciò che concerne i singoli romanzi che, come si sa, trattano argomenti e toccano problematiche diverse quand’anche in­quadrate entro un comune spazio contenutistico, tematico e ideologico; sia infine per quanto concerne singoli pro­blemi, singoli casi, dei quali il significato sembra più difficilmente potersi afferrare, o che vengono ritenuti risolutivi per una comprensione globale.

Ora noi non vorremmo definire certo un’interpretazione dell’opera di Chrétien che si ponga come conclusiva; si verrebbe a disconoscere una delle caratteristiche del­l’opera letteraria, e più generalmente dell’opera artisti ca: la sua ambiguità. “Tra la comprensione e la non com­prensione del testo artistico c’è una larghissima fascia

intermedia. La differenza nell’interpretazione delle ope­re d’arte è un fenomeno quotidiano e, contrariamente a un parere assai diffuso, non deriva da cause esterne e facilmente eliminabili, ma è una proprietà organica dell’arte” (J.M. Lotman: La struttura del testo poetico, Milano, Mursia, 1972-76, p. 32).

Cercheremo pertanto solo di vedere come siano fatti i romanzi di Chrétien de Troyes, come egli proceda nel narrare, quali schemi narrativi, sintattici e semantici, egli usi. Da ciò si partirà per una ipotesi di interpretazione che non disconoscerà per altro apporti critici di diversa provenienza. Quest’ipotesi interpretativa non mire­rà quindi ad eliminare alcuna ambiguità, ma cercherà di far luce sugli schemi formali che costituiscono 1’intelaia tura dell’opera e ne determinano la struttura (ideo)logica.

Le pagine seguenti non saranno dedicate comunque al­l’intera opera di Chrétien, ma si limiteranno ad una pro­posta metodologica, ad un approccio al discorso narrativo dell’Autore, e, infine, ad un esame più dettagliato del­l‘Erec et Enide e dell‘Yvain. Due romanzi questi che sono sempre stati considerati strutturalmente affini, ma che ad un’indagine più attenta, condotta in base a criteri formali più rigorosi, rivelano una grande diversità soprat­tutto per quanto riguarda la definizione e la composizio­ne degli elementi ideologici; diversità che va ricercata nel mutato atteggiamento col quale l’Autore si pone di fronte alla realtà sociale e umana di cui si fa inter­prete.

Ringrazio vivamente gli amici professori Alberto Limentani, Andrea Fassò e Ruggero Campagnoli per i consigli e il contributo scientifico prestato, mi nella realizzazione di questo la­voro.

 

CAPITOLO I

Nell’affrontare lo studio dell’opera di Chrétien de Troyes, come del resto quella di qualunque altro autore, ci proponiamo di arrivare all’interpretazione del testo prendendo in considerazione come questo “sia fatto”, come si organizzi, su quale logica-interna si fondi, rimanendo sempre ben consci che un’analisi di questo genere non po­trà esaurire la problematica che il testo stesso (qualun­que testo) propone.

E* chiaro che ogni opera letteraria ha una sua gene­si storica, si riallaccia a precedenti tradizioni (ed è ben nota la questione circa la relazione dell’opera di Chrétien de Troyes con la tradizione brettone e con la storia di Goffredo di Monmouth), influisce sulla lettera tura che viene dopo, apre a sua volta una nuova tradizio­ne e pone infine un’imprecisata serie di problemi sul trattamento della lingua sua propria, sui temi in essa ricor­renti e sui vari registri stilistici. Problemi questi che, per essere esauriti, richiederebbero analisi dettagliate, le quali, singolarmente considerate, non condurrebbero in nessun caso alla risoluzione del problema globale dell’opera. Così nel nostro caso certe indagini sulla nascita e sul carattere storico-ideologico-sociale dell’epica corte se sono ben lontane dall’indicarci un chiarimento sulla

singolarità e sull’individualità dell’opera di Chrétien in generale e dei singoli romanzi in particolare. Così le ricerche tradizionali sui rapporti fra l’opera del nostro Autore e le fonti da cui egli trae alimento, se contribuiscono a gettar luce sul problema del significato dell’opera, non arrivano pero all’intrinsecità compositiva, narrativa e semantica dei romanzi in questione. Non v’è dubbio che un’analisi comparata e delle fonti e della tradizione letteraria che precede Chrétien da una parte e della intera sua opera dall’altra, potrebbe risultare utilissima in quanto condurrebbe ad una definizione più comprensiva del valore pluridimensionale dei testi, ma il nostro proposi­to vuole essere più modesto.

Questa nostra analisi condotta secondo categorie che via via definiremo, vuol essere poi solo un tentativo di interpretazione del testo che tenga conto di ciò che spesso viene tralasciato: la forma intrinseca di esso.

Certo, così facendo non arriveremo al senso ultimo, che del resto non può in ogni caso essere afferrato e pos seduto, ma solo descritto; e poiché ogni descrizione è una limitazione imposta dalla/alla nostra mente, il nostro lavoro si fermerà alla descrizione-delimitazione di que­sto “senso ultimo” secondo concetti operativi che ci ac­cingiamo ad enunciare e a definire.

AUTORE E NARRATORE

1) Considerazioni sull’impostazione narrativa.

Una prima delimitazione che vorremmo imporre è quel­la riguardante il modo in cui Chrétien imposta la sua narrazione, in quanto riteniamo che da ciò, anche prescindei! do dalla descrizione delle strutture narrative più propria_ mente dette, possa scaturire qualche considerazione sul significato dell’opera.

Per quanto riguarda il rapporto che Chrétien instaura fra sé in quanto emittente del messaggio e la narrazione, si terrà conto di alcuni fatti: e cioè in primo luo­go che l’emittente è in pratica sempre l1Autore, ossia la coscienza che sta al di là della narrazione, e Narratore, cioè colui che attua la narrazione e in essa si concreta risultandovi sempre presente, sia pure talvolta, quasi paradossalmente, in absentia; in secondo luogo che è l,Auto_ re a decidere quale narratore egli stesso deve e/o vuole essere; e infine anche che il Narratore non è altro che l’attuazione di questa volontà-dovere. Conseguentemente a quanto ci siamo proposti analizzeremo il racconto proprio in quanto discorso narrativo, nel quale si possono scorge_ re diversi aspetti tipici che corrispondono ai rapporti fra l’Autore e la narrazione.

T. Todorov esamina questi “aspetti” che definisce visione dal “di dentro”3 visione “con”} visione dal “di fuori” e li formalizza rispettivamente nella seguente manie­ra: Narratore > Personaggio, Narratore = Personaggio, Narratore < Personaggio.1

Il primo di questi rapporti si ha quando il Narrato­re sta nella posizione di onniscienza rispetto alla narra­zione e sa già tutto in partenza: ogni atto, ogni pensie­ro, ogni desiderio dei “suoi” personaggi. Il secondo caso si ha quando il Narratore ne sa quanto i personaggi presi uno alla volta, non sa anticipare nulla, ma segue gli at­ti, i pensieri e i desideri di essi nello svolgersi della vicenda. Il terzo caso si ha infine quando il Narratore ne sa meno dei suoi personaggi e, come dice Todorov, “può de scrivere unicamente ciò che vede, sente, ecc., ma non ha alcun accesso alla coscienza di alcuno”.

E’ anche possibile che, in uno stesso romanzo, si intreccino due o più dei diversi “aspetti” ora presi in esame, a seconda del momento o del particolare che si sta narrando. Potremmo infine aggiungere il caso di narrazioni in prima persona in cui il narratore coincide con uno dei personaggi, ed allora l’onniscienza sarà limitata a questo stesso personaggio; ma si può dare anche il,caso di narra zioni in prima persona in cui il Narratore è allo stesso tempo un personaggio che sta però al di fuori della vicenda.2

2) L'”aspetto” più evidente della narrativa di Chrétien de Troyes

A prima vista, potrebbe sembrare che Chrétien faccia uso soltanto della visione dal “di dentro”. Infatti considerando l’intera opera narrativa del nostro Autore si ve­de subito come, nel prologo di ciascuno dei suoi romanzi, si percepisca che il narratore (e non quindi l’autore) si accinge a raccontare una storia che già esiste, ossia dei fatti che egli già conosce e che vengono tutt’al più ri­presi dal narratore e ristrutturati a suo modo. Tra i prologhi il più esemplare a questo proposito ci pare quello dell‘Erec et Enide di cui ci basterà ricordare due versi:

(Chrétien)- “tret d’un conte d’avanture une molt bele conjointure”

(vv. 13-14)

Ora è ben chiaro che il fatto che la storia sia esi­stita davvero o no ha scarsa importanza; ciò che conta veramente è invece che nel prologo venga enunciata a chiare lettere la posizione del narratore. Una posizione, questa,

che potremmo senz’altro definire di prescienza rispetto al la narrazione, in linea di massima coincidente con quel­l’aspetto del racconto già definito appunto visione dal “di dentro”, in cui si ha: Narratore > Personaggi.

Vorremmo ora esemplificare l’uso narrativo che Chrétien fa di questo aspetto, mediante dei brani tratti dai vari suoi romanzi:

vis fust qu’il l’eussent traï

(Erec et Enide w 2822-26)

k) Or la fera Amors dolante,

et molt se cuide bien vangier del grant orguel et del dangier qu’eleli a toz jorz mené.

(Cligés w. U50-53)

l) Après les siust a esperon uns chevaliers, Erec a non; de la Table Reonde estoit; an la cort molt grant los avoit;

5) Mes il seüst le soreplus, ancor l’amast il assez plus, car an eschange n’an preist tot le monde, qui li meist

(Cliges w. 1183-86)

Sor un destrier estoit montez, afublez d’un mantel hermin; galopant vient tôt le chemin s’ot cote d’un dïapre noble qui fu fez an Costantinoble

(Erec et Enide w. 81-98)

2) Tant fu blasmez de totes genz,
de chevaliers et de sergenz,
qu’Enyde l’oï antre dire

que recréant aloit se sire d’armes et de chevalerie: molt avoit changiee sa vie. De ceste chose li pesa; mes sanblant fere n’an osa, que ses sire an mal nel preïst asez tost, s’ele le deîst.

(Erec et Enide w. 2^58-68)

3) Adonc estoit costume et us
que dui chevalier a. un poindre
ne dévoient a un seul poindre,
et, s’il l’eussent anvaî

6) De tot ice rien ne savoient lor genz, qui estoient defors, mes lor escuz antre les cors orent trovez, ecc., ecc.

(Cligés w. 2036-39)

7) Mes d’un agait rien ne savoient
dom il ja ne s’aparcevront

tant que grant perte i recevront

(Cligés vv. 3576-78)

8) Mes Cligés n’a cure de plet
ne de sa parole escouter

(Cligés w. 3686-87)

9) A tant s’an va chascuns par lui; et cil de la charrete panse con cil qui force ne deffanse n’a vers Amors qui le justise et ses pansers est de tel guise

que lui meismes en oblie

(Le Chevalier de la Charrete w. 710-15)

10) Iluec fu uns hom anciens

qui molt estoit boens crestiens; el monde plus leal n’avoit et de plaies garis savoit plus que tuit cil de Montpellier

(Le Chevalier de la Charrete vv. 3^81-85)

11) La dameisele estoit si bien de sa dame, que nule rien a dire ne li redotast a que que la chose montast

(Le Chevalier au Lion w. 1593-96)

12) La dameisele a tan s’an part; s’est venue a son oste arrière mes ne mostra mie a sa chiere la joie que ses cuers avoit

(Le Chevalier au Lion w. 1906-09)

13) Mais il ne savoit nule rien D’Amor ne de nule autre rien, Si s’endormi auques par tens, Qu’il n’estoit de rien empens

(Le Roman de Perceval vv. 19kl-kk)

14) Et cil qui son non ne savoit Devine et dist que il avoit Percevax li Galois a non, Ne ne set s’il dist voir ou non; Mais il dist voir et si nel sot. Et quant la dameisele l’ot Si s’est encontre lui drechie, Si li dist come correchie

(Le Roman de Perceval vv. 3573-80)

In questi brani è chiaramente delineata la posizione di superiorità del Narratore che qui agisce come una sor­ta di coscienza totale che sa tutto; conosce i pensieri dei personaggi, come dimostrano i brani nn. 2, 8, 9, 12; mette in rilievo come i personaggi siano all’oscuro di una situazione avvenuta o che sta avvenendo (come nei brani nn. 5, 6, 7), mette al corrente i lettori-ascoltatori di ciò che essi ancora non sanno e che devono sapere se vogliono comprendere ciò che viene narrato (brani 3, 10); dimostra una maggior conoscenza nei riguardi dei suoi personaggi (brani nn. 13, 14); anticipa addirittura ciò che sarà nar rato (brano n. 4).

Per di più questa posizione è sottolineata da certe particelle sintattiche (ensi e tovs per la maggior parte) che hanno la funzione di connettere il piano della tempo­ralità con quello della causalità in maniera tale che questa connessione risulti, nell’esposizione, essere effet­tuata dal Narratore stesso.

Due esempi chiariranno:

Ensi est la chace atornee a l’andemain, a l’aujornee. L’andemain, lues que il ajorne, li rois se lieve et si s’atorne

(Erec et Enide w. 67-70)

Non viene detto “la chace est atornee”, o più semplicemen te “atornent la chace” ma “ensi la chace est atornee” lensi collega in maniera evidente anche a livello referenzia

le ciò che è stato detto con ciò che si dirà.

Lors li vont son cheval fors treire et totes ses armes li taillent

(Les Chevalier au Lion vv. ^+152-53)

Anche qui non viene detto “après li vont son cheval fors treire”, ma “lors li von son cheval fors treire”; l’avverbio anche qui unisce i due piani di cui si parlava: esso significa sia dopo sia in conseguenza di’, e il fatto che esso sia usato in luogo di un avverbio riferito ad uno so­lo dei due piani, significa che il narratore li ha voluti evidentemente congiungere mostrando ancora una volta qua­le sia la sua posizione.

3) La visione “con”: Chrétien narratore problematico

a) La funzione conativa

L’impostazione narrativa però non è sempre così sem­plice e lineare come a prima vista potrebbe sembrare, poi che la posizione che abbiamo or ora definito non viene costantemente mantenuta. Come spiegarsi infatti, per esem­pio, queste espressioni od altre in qualche modo ad esse simili?

Erec de ce rien ne savoit

qu’il deûssent sa mort pleidier,

mes Dex li porra bien aidier

et je cuit que si fera il

(Erec et Enide vv. 3418-21 )

Ja, ce cuit l’ore ne savrà qu’espérance trai l’avrà; car s’il un tot seul jor trespasse del terme qu’il ont mis a masse, molt a enviz troverà mes en sa dame trives ne pes. Et je cuit qu’il le passera, que départir ne le leira mes sire Gauvains d’avoec lui.

(Le Chevalier au Lion vv. 2663-71′)

Mes ainz qu’a salveté la teigne criem que granz ancombriers li veigne

(Cligés vv. 3333-34)

Et li vallés les vit passer, Ne n’osa mie demander Del graal cui l’en en servoit Que toz jors en son cuer avoit La parole au prendome sage. Si criem que il n’i ait damage, Por che que j’ai oï retraire Qu’ausi se puet on bien trop taire Corn trop parler a la foie(e)

(Le Roman de Perceval vv. 3243-51)

A queste naturalmente si potrebbero aggiungere le va rie espressioni assai frequentemente usate dal nostro Au­tore, come per esempio “ce come je cuit”, “ce m’est avis” e simili.

Tutti questi casi ci mostrano un Narratore che sta al polo opposto della prescienza, e cioè nella posizione di chi non sa che cosa avverrà dopo. Ma, a ben considera­re, questa è una posizione del tutto particolare che ten­de a mettere in evidenza, mediante l’intervento diretto del Narratore, un’attesa (narrativa) nei riguardi di ciò che dovrà avvenire. E si noti che ciò che il Narratore crede è sempre ciò che sicuramente avverrà. Siamo dunque al­la presenza di due tipi di enunciazione: uno puramente referenziale e. un’altro più propriamente letterario; nel pri mo il significato è proprio quello che il significante si_gnifica nel secondo si riscontra una certa discrepanza tra i due termini della significazione (Chrétien, come Auto­re, sa ovviamente ciò che avverrà). In questo modo i lej: tori-ascoltatori sono in pratica indirizzati verso una si_ tuazione narrativa alla quale viene data una coloritura di incertezza. continua

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