a. G. Araolla RIMAS Introduzione

 

Introduzione

I. L’uomo, i tempi, l’opera

Può essere difficile, così come è per ogni origine, cercare di comprendere la nascita in Sardegna di una scrittura e di un’attività letteraria, in lingua sarda, nella seconda e inoltrata metà del secolo XVI, dovuta alla penna e all’intelletto di Gerolamo Araolla; e così pure darci conto di come essa nasca di fatto in forme già pienamente mature e coscienti di sé. Allo stesso modo rimane, non poco, un mistero il comprendere come una tale attività appaia essere un esperimento che resta isolato e senza seguito. Tuttavia entrambe le proposizioni (ossia l’improvviso apparire e il repentino spegnersi di tale esperienza) andranno certamente riviste e ridimensionate rispetto alla rigidità che primariamente sembrerebbe loro imposta dall’apparente mancanza di riscontri tanto antecedenti che susseguenti: revisione che si può attuare esercitando con maggiore accortezza lo sguardo, sì da tener presente non solo il milieu politico e culturale del  Cinquecento sardo, e in specie la sua seconda metà, ma pure la ‘protostoria’ della scrittura letteraria in Sardegna e la prosecuzione storica di un tale fenomeno generato dal piccolo miracolo di un pur minuto – e se così volessimo osare definirlo – Rinascimento sardo.

Infatti non si può non tener conto della produzione in lingua sarda che precede l’attività dell’Araolla; e non mi riferisco soltanto alla produzione di carattere giuridico e documentario, che pur funge da retroterra culturale su cui poteva poi essere fondata e finanche posta in esigenza una produzione letteraria in sardo, dato che questa lingua, pur quasi priva di esperienze estetiche e poetiche, era pur sentita non un vernacolo ma la lingua della giurisdizione ufficiale e dell’espressione formale; non mi riferisco, dico, solo a questo antefatto perché non va taciuto il pur tenue filo di esperienze e produzioni scrittorie come quella del Libellus Judicum turritanorum del sec. XIII, o del poemetto del Cano, Sa vitta et sa morte, et passione de sanctu Gavinu Prothu et Januariu (sull’argomento al quale tornerà, riscrivendolo, proprio l’Araolla), del sec. XV, o la prosa del tardomedievale Condaghe di S. Gavino, che ci dimostrano quanto meno come la lingua sarda sapesse venir fuori dalle necessità pragmatiche più immediate, o dalle esigenze documentarie e concrete della scrittura[1]. E se il risultato della produzione dell’Araolla – che certo aveva nella sua mente la dimensione storico culturale della propria lingua, lui, contemporaneo e concittadino, oltre che intimo del Fara – può apparire concluso in se stesso e senza seguito, soprattutto nell’intenzione di fondare una lingua e una tradizione di produttività letteraria sarda, non va però dimenticato quanto la sua scrittura abbia costituito e fondato un canone linguistico e letterario sardo in sardo, per la poesia scritta ed anche orale, che si può dire giunga fino ai nostri tempi: basti pensare alla fortuna dell’ottava, anche e soprattutto nella poesia orale, all’imposizione di un lessico che si diversificava, per l’apporto delle lingue italiana e spagnola, da quello comune parlato, quale indice di e per un registro aulico poetico; e si pensi alla proposizione di una retorica importata dalle esperienze letterarie coeve, italiane in primo luogo, il cui impiego avrà lunga durata, e che in certa misura ancora perdura; all’aver egli insomma volutamente e coscientemente ‘inventato’, per il sardo, l’idea (prima di tutto l’idea) di una disciplina linguistica, e della necessità effettiva della differenziazione fra registri linguistici. Pertanto, se anche, come dice R. Turtas, il «”manifesto” [preposto dall’Araolla al testo del suo poemetto agiografico] a favore del sardo come lingua di cultura scritta» può essere definito un «”manifesto” tardivo, che difficilmente poteva ribaltare una situazione già fissata fin dal 1567 quando Filippo II, in seguito ad una petizione  di alcuni maggiorenti sassaresi» perché i loro figli conseguissero, presso il collegio gesuitico cittadino, non solo una buona formazione umanistica ma anche una buona padronanza del castigliano, «aveva imposto ai Gesuiti di quel collegio l’utilizzazione di questa lingua nell’insegnamento e perfino nella predicazione in città»[2]: se anche tutto ciò è dunque storicamente vero, e soprattutto a livello di cultura ufficiale, non si può però non considerare il fatto che, dall’Araolla in poi, un’attività e una produzione letteraria in sardo agirà sulla scena culturale isolana come un fiume, se non proprio sotterraneo, certamente dal percorso seminascosto, che di quando in quando si manifesta maggiormente alla luce.

Ma è comunque e primariamente il clima culturale e politico del secondo Cinquecento isolano che spiega non soltanto il carattere e l’intenzione dell’opera e dell’attività araolliana, ma pure il suo venir in essere a partire da un contesto previo, il quale, se pure non può dirsi un deserto letterario assoluto e totale, certo non può neppure dirsi fervido di stimoli.

In quest’epoca nascono infatti per la prima volta in Sardegna delle scuole regolari, e i collegi gesuitici, reclamati dalle città e dalla nobiltà isolana, si trasformeranno poi successivamente, almeno quelli di Cagliari e Sassari, in Università, nei primi decenni del secolo XVII. Ed è soprattutto la necessità di formare un clero regolare, colto e istruito, a generare esigenze culturali non prima sentite e a formare una classe intellettuale, per lo più clericale. È forse in questa temperie che si può ripensare una ripresa di quelle tenui fila letterarie precedenti fra cui abbiamo, praticamente unico esempio superstite, il poemetto del Cano sui protomartiri turritani che proprio l’Araolla, come detto, riprenderà e comporrà nuovamente con maggiore rigore stilistico e con forme più regolari e certamente di grande qualità stilistica, col titolo Sa vida, su martiriu et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu, et Gianuari[3].

A partire dai primi decenni del Cinquecento, Cagliari e Sassari hanno una scuola pubblica di grammatica a carico delle amministrazioni civiche; nel parlamento del 1543 le due città presentano petizione per diventare sede di università, dimostrando primariamente un mutato atteggiamento di fronte alla cultura: la petizione sassarese del 1543 affermava infatti che il lustro di una città era determinato soprattutto dal grado di istruzione dei suoi cittadini. «Non meno importanti, per fare emergere un clima più favorevole alla cultura scritta, furono le prescrizioni del Tridentino sulla necessità di una più adeguata formazione anche intellettuale del clero: in effetti, le opportunità di inserimento nelle strutture ecclesiastiche, per le quali d’ora in avanti si esigeva un più alto livello di istruzione, erano altrettanto numerose di quelle disponibili presso le amministrazioni statali, feudali e civiche»[4].

Le scuole gesuitiche vennero fondate a Sassari nel 1562 e a Cagliari nel 1564 ed ebbero subito successo. «Lo stanziamento in Sardegna dei gesuiti rispondeva anche all’esigenza, posta dal clero nel parlamento Heredia e ribadita, argomentandola e precisandola, dal Castillejo, secondo cui occorreva si creasse sul posto uno studio “si no general a lo menos bastante” ad ovviare “la falta de doctrina” e all’inconveniente che gli ecclesiastici provenienti da fuori non intendono “la lengua desta ysla”. Proprio sul terreno della istituzione di un centro di studi superiori si era venuto delineando il contrasto tra Cagliari e Sassari sin dal parlamento Cardona (1543), quando entrambe si erano poste come sede esclusiva, questa per risollevarsi dalla prostrazione in cui l’aveva gettata l’invasione francese, quella in quanto “capitale” del regno. Trent’anni dopo, nel parlamento Coloma gli stamenti puntano a privilegiare Cagliari […]. Nel successivo parlamento Moncada venne prepotentemente avanti Sassari a perorare “la grazia di una università con la facoltà di poter dottorare”, facendo con orgoglio presente che il suo collegio “era il più antico che si avesse nel regno; che in esso sin dalla sua fondazione si era costantemente letto grammatica, retorica, filosofia, teologia”. Parrebbe che le due città, in contrapposizione, aspirassero a diversi indirizzi di studio; la capitale del Logudoro col mantenimento dell’impianto tipico delle scuole gesuitiche, la capitale del regno col lasciar cadere gli insegnamenti più propriamente umanistici spostando l’asse culturale su un versante squisitamente tecnico. Nel tema dell’università risiede comunque un momento chiave della bipolarizzazione regionale nella corsa alle cariche pubbliche»[5].

Il collegio sassarese fu elevato nel 1617 da Filippo III al rango di università di diritto regio e nel 1632, sotto Filippo IV, alle già presenti facoltà di teologia e filosofia, furono aggiunte anche quelle di diritto, canonico e civile, e di medicina. Nel 1626 Cagliari istituisce la propria università dotata di tutte e quattro le facoltà. Nel 1630 su una popolazione complessiva di 30.000 abitanti residenti nelle due maggiori città isolane, si potevano contare non meno di 2.000 studenti (lo stesso numero che si poteva osservare nei primi decenni del secolo XIX, come nota e rimarca R. Turtas)[6]. Né va dimenticato il buon numero di studenti sardi presso le università italiane (Pisa soprattutto) e spagnole, e neppure che quelli di Sassari e Cagliari non furono gli unici collegi gesuitici, ché altri collegi operavano nelle altre città e centri isolani: quello di Iglesias fondato nel 1578 e di Alghero nel 1588, più tardi quello di Oliena nel 1652, di Bosa nel 1681 e di Ozieri nel 1693. Ed ai collegi gesuitici si affiancheranno successivamente quelli degli Scolopi; inoltre numerose scuole di grammatica si aprivano anche nei centri più popolosi. Ancora bisogna tener presente che, in questo clima di rinnovamento e di fervore verso gli studi, si pose il problema della lingua: ossia quale dovesse essere la lingua veicolare da impiegare nelle scuole e nelle università; e che se alla fine la lingua che ne uscì vincente fu il castigliano, soprattutto, come detto sopra, per la pressione delle classi dominanti, il sardo restò per un certo periodo una delle opzioni in gioco. In particolare soprattutto gli ecclesiastici ed anche i vescovi – soprattutto nei primi anni di questa rinnovata vivacità ecclesiastica e culturale e prima che il mantello della lingua spagnola (che pian piano, specie a livello culturale e letterario, veniva soppiantando anche la lingua catalana) rivestisse le vie e le modalità espressive usate dalle classi superiori sarde – si posero il problema linguistico, stimolato dalla necessità di comunicare direttamente, e dunque nella loro lingua, con le genti naturali dell’Isola. continua

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