Tipologia

 

Maurizio Virdis

 

Tipologia e collocazione del sardo tra le lingue romanze

Una possibilità di descrivere e definire una lingua può essere quella di impostare una tale descrizione in chiave evolutivo-diacronica mediante la comparazione di essa all’interno del gruppo di lingue che condividono la medesima matrice genetica. Procedendo in tale maniera, si potrà stabilire una collocazione della lingua in oggetto all’interno di uno spazio linguistico geneticamente specificato, tramite l’individuazione di alcuni parametri di mutamento diacronico e la risposta che la data lingua in oggetto darà ad essi: cosicché la definizione che ne risulterà sarà ad un tempo tipologica e storico-grammaticale.

Intendo, nella prima parte di questo intervento, individuare alcuni di questi, potenzialmente innumerevoli, parametri, taluni dei quali tradizionalmente assunti dalla linguistica storica romanza, altri più o meno recentemente presi in considerazione; una volta individuati tali parametri sottoporrò il sardo a test, chiedendo in quale maniera esso si presenti e si comporti rispetto a ciascuno di tali parametri specificati e con quali altre lingue, o aree linguistiche tradizionalmente individuate, della stessa matrice storico-genetica (ossia neolatine) il sardo sia congruente o corrispondente e da quali altre invece diverga. In tale maniera si verrà a delineare uno spazio storico-geografico-linguistico romanzo più o meno frastagliato o più o meno omogeneo entro le cui sinuosità specifiche il sardo potrà trovare collocazione e definizione.

Prenderò innanzi tutto in considerazione nove parametri di carattere morfologico o morfosintattico.

1)      Parametro della marcatura del Soggetto vs. marcatura dell’Oggetto; rispetto all’area settentrionale che comprende anche la Toscana (e dunque l’Italiano), che mostrano o hanno mostrato storicamente la marcatura del soggetto (declinazione bicasuale francese e provenzale con marcatura del soggetto, e ampia residualità di nomina agentis che derivano dal caso nominativo: it. uomo, moglie, ladro; lomb. nievo; fr. lerre, pâtre, chantre) si pone l’area meridionale che non ha una tale marcatura o l’ha in forma assai ridotta, mentre di contro presenta la marcatura dell’oggetto mediante la preposizione a (tipo: vedo a Maria, vai a prendere a Giovanni). Il sardo si schiera chiaramente  con la zona meridionale.

2)      Mancanza vs. presenza di declinazione del pronome personale tonico di terza persona: il sardo presenta la forma unica issu (-a,-os,-as) mostrandosi congruente con l’Iberia e l’Italia meridionale, di contro alla Gallia e all’Italia settentrionale (toscano ivi compreso, e dunque italiano letterario e standard), aree nelle quali di tale pronome, vengono opposte forme al nominativo a forme all’oblliquo: egli~lui/lei, il~lui (/a.fr. li).

3)      Parametro dell’uso del partitivo: anche qui il sardo si colloca nella zona meridionale (Iberia e Italia del sud) in quanto non fa uso di partitivo, contro la zona settentrionale che ne fa uso pieno e l’italiano che ne fa uso più limitato.

4)      Pratica assenza degli avverbi in –mente e uso avverbiale dell’aggettivo neutro, il sardo mostra congruenza col rumeno e in parte con l’italiano meridionale.

5)      Parametro del soggetto: il sardo è una lingua cosiddetta pro-drop, così come l’italiano e le lingue iberiche, mentre il francese insieme con i dialetti del nord-Italia è una lingua con obbligo di soggetto almeno pronominale.

6)      Tipo di futuro e condizionale perifrastico del tipo habeo (ad) cantare (congruenza del sardo col rumeno)

7)       Opposizione d’uso degli ausiliari essere vs. avere. L’Italiano tutto e la Gallia in senso ampio fanno uso dell’ausiliare essere con verbi intransitivi (è andato, è venuto, è arrivato, è caduto, è nato) contro l’Iberia che usa esclusivamente il verbo avere (a ido, a caído, a llegado). Il sardo si colloca questa volta con le lingue di tipo settentrionale.

8)      Parametro dell’accordo del participio passato col soggetto degli intransitivi o con l’oggetto dei transitivi. La risposta delle lingue rispetto a questo parametro non è univoca, ma possono opporsi anche in questa prospettiva lingue che hanno una più o meno ampia capacità di accordo del participio passato (francese, italiano) e lingue che non tolleralo un tale accordo come le lingue iberiche (es.:  sp. Maria a caído). In questo caso il sardo si schiera con le lingue di tipo settentrionale (Marìa est arrùtta, is mànus no si dhas fìat sciakwàdas).

9)      Vitalità vs debolezza/caducità del perfetto. Ancora una volta si oppongono lingue settentrionali che mostrano una scarsa vitalità di questo tempo verbale a lingue meridionali che ne mostrano invece una maggior resistenza. È noto che l’italiano meridionale, lo spagnolo e il portoghese fanno largo uso del passato remoto derivato dal perfetto latino contro il francese che lo ha quasi eliminato dal parlato; mentre l’italiano standard mostra una posizione intermedia rispetto alla resistenza di tale tempo verbale, con un’accelerazione della sua scomparsa nel parlato moderno. Il sardo si mostra invece coerente, da questo punto di vista, con le lingue settentrionali non avendo più da tempo (salvo casi residuali in alcune aree dialettali o nel registro aulico poetico tradizionale) forme verbali che continuino il perfetto latino che viene sostituito, come nelle lingue settentrionali tramite tempi composti di ausiliare + participio passato.

Va osservato che gli ultimi tre parametri sono visti dalla ricerca linguistica attuale in campo romanzo (cfr. La Fauci, Zamboni) come interconnessi sia dal punto di vista diacronico, sia dal punto di vista tipologico; infatti l’opposizione d’uso degli ausiliari essere ~ avere mantiene l’originaria opposizione diatesica latina attivo ~ medio, che veniva messa in crisi proprio dall’accordo del participio passato sia col soggetto dei verbi medi sia con l’oggetto dei verbi attivi. A questa crisi le lingue iberiche reagiscono diversamente: e cioè eliminando l’accordo del participio passato con l’oggetto, mantenendo il perfetto latino non perifrastico,  così quindi marginalizzando il nuovo perfetto perifrastico, e infine non accettando una distinzione oppositiva degli ausiliari essere ~ avere. I dialetti italiani meridionali solo parzialmente si radicalizzano in questa scelta processuale evolutiva, accettando la marginalizzazione dei nuovi perfetti perifrastici, ma non accettando la soluzione radicale iberica del non accordo del participio e l’uso dell’ausiliare avere esteso anche agli intransitivi e medi; i dialetti dell’Italia del sud stanno, relativamente a questi tre parametri in questione, in posizione mediana rispetto alle due opposte posizioni coerenti: da un lato quella delle lingue centrali (Gallia, Italia settentrionale con italiano standard contemporaneo e sardo) iberoromania dall’altro.

Sono poi ovviamente interconnessi i parametri 1) (mantenimento di una declinazione bicasuale con marcatura del soggetto vs. marcatura preposizionale dell’oggetto) e 2) (unica forma non marcata per il pronome tonico di terza persona vs. distinzione nominativo ~ obliquo: tipo egli ~ lui/lei, il ~ lui(/a.fr. li)); il diverso comportamento rispetto a tali parametri manifesta, morfologicamente, una relativamente precoce scomparsa della flessione nominale, oppure un suo parziale mantenimento fino ad epoca relativamente tarda; rispetto a tali parametri il sardo è congruente con l’iberoromanzo e con i dialetti dell’Italia del sud. Le lingue che mostrano la scomparsa della declinazione e l’oggetto con preposizione certo manifestano fenomenicamente una minore aderenza al latino, il che, come è stato proposto, potrebbe derivare da una precoce romanizzazione che in una primitiva fase creolizzante avrebbe eliminato fin da subito la declinazione: in tali lingue la funzionalità dell’oggetto (almeno quello di livello alto nella scala dell’animatezza) sarebbe poi stata marcata tramite l’impiego della preposizione. Tuttavia da un punto di vista strutturale i due tipi che si generano sotto questi due parametri, mantengono l’originaria opposizione fondamentale nominativo ~ accusativo, sia pure con diversa e opposta marcatura (per il nominativo nelle lingue centrali (italiano settentrionale e toscano), e per l’accusativo nelle lingue meridionali e laterali (Iberia, Italia del sud, Sardegna e Romania).

Considerando comunque l’insieme di tutti i nove parametri possiamo vedere delineanarsi due principali aree geolinguistiche: una settentrionale che comprende la Gallia in senso lato (con l’Italia settentrionale e l’area ladina) e una meridionale che comprende l’Iberia, l’Italia meridionale e la Sardegna, mentre la Toscana e quindi l’italiano resta fluttuante fra le due, rendendosi congruente ora con l’una per certi parametri, ora con l’altra per certi altri; quanto al sardo, esso se in linea di massima si mostra congruente con l’area meridionale (ossia con l’Iberia e l’Italia del sud), tuttavia per i tre interconnessi parametri 7), 8) e 9) il sardo è congruente con l’area settentrionale compresa la Toscana, e dunque con l’italiano.

Se prendiamo in considerazione la congruenza del sardo con ciascun altra lingua o area linguistica, vediamo che la congruenza maggiore il sardo la ottiene con l’Italia del sud: sette parametri contro due: 1) (maracatura dell’oggetto) , 2) (forma unica per il pronome di terza persona), 3) (non uso del partitivo), 4) (pratica assenza degli avverbi in –mente, 5) (parametro del soggetto nullo), 7) (opposizione ausiliari essere~avere), 8) (accordo del participio passato con l’oggetto); segue la congruenza con l’Iberia e la Toscana (l’italiano) aree con le quali il sardo condivide il medesimo comportamento per quattro parametri su nove, anche se i parametri con i quali esso corrisponde a ciascuna delle due aree non sono i medesimi rispettivamente: infatti con l’Iberia il sardo mostra il medesimo comportamento rispetto ai seguenti parametri (del resto condivisi con l’Italia meridionale) 1) (maracatura dell’oggetto) , 2) (forma unica non declinata per il pronome di terza persona), 3) (non uso del partitivo), 5) (parametro del soggetto nullo); mentre i quattro tratti parametrali condivisi con la Toscana e con l’italiano sono 5) (parametro del soggetto nullo) , 7) (opposizione degli ausiliari essere~avere), 8)  (accordo del part. pass. con l’oggetto), e tendenzialmente 9) (tendenziale scomparsa del perfetto nell’italiano standard): l’unico parametro condiviso da sardo, iberoromanzo e toscano-italiano è quindi il parametro 5) ossia quello del soggetto nullo. Inoltre e infine, come già detto, il sardo condivide con i dialetti dell’Italia del nord e con l’italiano standard la risposta ai parametri 7), 8), e 9), dove il parametro 9) (l’obliterazione del perfetto) è per l’italiano, lo ricordo ancora, tendenziale e non compiuta. Con i dialetti meridionali e con l’italiano standard il sardo condivide i parametri 5), 7), 8); mentre un’area panitaliana che comprenda anche il sardo è individuata solo dai parametri 7), 8) (opposizione degli ausiliari essere~avere, accordo del part. pass. con l’oggetto).

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Esaminiamo ora alcuni dati di tipo fonetico; il sardo può caratterizzarsi per i seguenti fenomeni parametrici:

1)     Il mantenimento della -s finale con le ben note ricadute morfologiche per ciò che concerne la marcatura dei plurali e le desinenze della coniugazione. In tale ambito il  sardo è congruente con le lingue occidentali (Sardo, Ibe., Gallia).

2)     Un sistema vocalico a cinque elementi fonematici con varianti metafonetiche per la vocali medie e ed o; come noto, il sardo trova corrispondenza, a questo proposito, con il corso e con alcuni dialetti meridionali e forse, anticamente, con l’Africa romana.

3)     la presenza (mantenimento conservativo) della metafonesi; (da questo punto di vista il sardo mostra congruenza trasparente con i dialetti italiani meridionali, congruenza opaca con il portoghese e il provenzale, congruenza indiretta ma storicamente ricostruibile con il castigliano); tale fenomeno comporta riflessi a livello fonematico nel campidanese, in quanto la neutralizzazione e riduzione dei fonemi vocalici –e ed –o finali di parola in –i e –u rispettivamente fonematizza le varianti medio alte e medio basse di e e di o toniche.

4)     Isocronia vocalica vs. Isocronia sillabica (congruenza del sardo, con l’area iberoromanza che manifestano isocronia vocalica e insensibilità al tipo sillabico chiuso o aperto contro tutta l’area italoromanza e galloromanza).

5)     Indebolimento delle occlusive intervocaliche: il sardo mostra, da un punto di vista della classificazione tipologica e della comparazione interlinguistica romanza, una situazione mediana e non omologabile con quella di altre aree. Infatti da un lato la più gran parte delle parlate sarde mostrano il digradamento delle occlusive sorde in posizione intervocalica a fricative sonore, così come avviene nell’Iberia e nella Gallia, con l’Italia del nord, e a differenza dell’Italia centromeridionale dove tale fenomeno di digradamento, se pure presente, è per lo più un fatto di variazione fonematica (nel senso che i suoni indeboliti e sonorizzati covariano con quelli sordi), mentre nelle parlate sarde i suoni indeboliti e sonorizzati acquistano valore e statuto di fonema (es. pìku ~ gu, sòka ~ ga, kòka ~ ga, fàta ~ da, kùpa ~ ba, skročài ~ skrožài; anche con valore morfonematico: (ìssu) pàpa kàzu (ind. 3a s.) ~ pàpa gàzu (dùi) (imp. 2a s) essendo la sorda il risultato di C+Coccl. sor.+V e la fricativa sonora il risultato di V+Coccl. sor.+V); il fonema fricativo sonoro si oppone poi anche, sia pure con basso rendimento, alle sonore occlusive corrispondenti (ba ~ s’àbba, abùdhu ~ abbùdhu; sagràdu ~ s’aggràdu; e si veda almeno un caso di opposizione a tre elementi: akàtu ~ agàtu ~ aggàtu, ed anche i termini della succitata coppia abùdhu ~ abbùdhu potrebbero aver un terzo elemento oppositivo con l’occlusiva sorda: a pudhu). D’altro canto però le fricative sonore sarde mostrano al contempo uno statuto variabilità: nel senso  che esse  – a livello però morfonemico e non fonologico –  sono varianti fonematiche in fonetica sintattica e in morfotassi: infatti una occlusiva sorda in posizione di inizio di parola rimane intatta dopo pausa o dopo parola uscente in consonante, ma digrada nella corrispettiva sonora fricativa qualora essa stessa  si venga a trovare in contesto intervocalico (es. pèna :: sa bèna, tèrra :: sa dèrra, kùssu :: de gùssu, in čélu :: de žélu). Da questo punto di vista dunque, il sardo è congruente con l’italiano centromeridionale, e si separa dall’occidente romanzo con cui era invece legato per il precedente aspetto. Il fenomeno in questione è in rapporto con quello dell’esito della correlazione di geminazione, ed inoltre, in maniera diacronicamente e diatopicamente connessa, esso, come si diceva ed è noto, non si verifica di tutte le parlate sarde: infatti le parlate delle zone centrali (Nuoro e la Barbagia quivi circostante, la zona bittese e la Baronia) non conoscono (o conoscono parzialmente) il digradamento delle occlusive sorde intervocaliche che tendono a rimanere intatte: e tuttavia la correlazione di geminazione in quest’area rimane anche se la sua effettiva realizzazione fisico-fonica resta difficile e diseconomica dal punto di vista acustico. L’articolazione di -k-, –p-, -t- originarie latine è infatti, nelle zone centrali diversa da quella di -kk-, -pp-, -tt- originarie latine o derivate da prestiti esogeni, nel senso che le scempie sono pronunciate con un energia maggiore e uno stop glottidale che ne abbrevia la durata al contrario delle doppie originarie che non sono realizzate con tale articolazione (sìKu ~ siku, fàTa ~ fàta, kùPa ~ kùpa o magari si vedala coppia quasi minima kùPa ~ kùpu, mùTu ~ mùtu, corrùTu ~ korrùtu, lùTu ~ lùtu, de Tótu Kùssu); né va dimenticato che i documenti medievali mostrano oscillazione fra occlusiva mantenuta e occlusiva indebolita e sonorizzata. Il digradamento sardo ha potuto trovare diacronicamente dunque una via di realizzazione forse proprio a partire da questa diseconomia originaria. Pertanto il sardo sotto questo aspetto si pone in una via mediana fra occidente e oriente neolatino in quanto da un lato presenta la fonematizzazione del suono fricativo sonoro derivato da un originario occlusivo sordo, ma d’altro lato le fricative mantengono più che la traccia dello statuto di variante fonematica del corrispettivo sordo, come s’è visto; e se è vero che le varianti diatopiche sono la proiezione di ciò che una volta erano varianti diastratiche o diafasiche in sincronia, possiamo pensare che la situazione odierna dei dialetti centrali sia almeno simile a ciò che dovette essere all’origine la situazione nelle altre regioni dell’Isola: ossia una situazione conservativa ma con una realizzazione fonetica particolare delle occlusive sorde scempie in posizione intervocalica, realizzazione che ‘naturalmente’, per ragioni puramente fonico-articolatorie, e indirettamente, per ragioni ‘economiche’, spingeva verso la sonorizzazione.

La questione dell’indebolimento delle occlusive sorde intervocaliche, qui sopra appena trattato, ci ha posto a metà strada fra questioni relative alla classificazione del sardo all’interno dell’universo romanzo e a fatti di diatopia interna allo spazio del sardo medesimo, oltre che di fronte a questioni di ristrutturazione interna. Un qualcosa di simile ci si presenta riguardo al problema dell’evoluzione delle velari originarie latine k e ĝ di fronte alle vocali anteriori e ed i. È  noto che questo viene considerato un tratto arcaico di quasi esclusività sarda (dico quasi, perché il fenomeno è parzialmente conosciuto anche dal dalmatico, lingua ormai estinta); ed è pure nota la distribuzione areale di tale stesso fenomeno: che è presente nei dialetti centrali e nel logudorese, mentre il campidanese (comprese le aree ogliastrina e barbaricina meridionale) presenta la palatalizzazione dei fonemi velari come tutta la Romània. Tradizionalmente, in parte fino ad oggi, si ammette la conservazione di tali fonemi velari come una continuazione ininterrotta dei suoni originari latini, mentre la palatalizzazione campidanese sarebbe il risultato di una influenza toscana sull’area meridionale dell’Isola in epoca basso medievale. La situazione è però più complessa di quanto non si sia detto. Espongo prima sinteticamente la mia tesi, porterò poi a sostegno alcune argomentazioni sia testimoniali sia di metodo. Sono dell’avviso che la palatalizzazione in sardo campidanese sia indipendente, nella sua genesi almeno, dall’influsso toscano e che il germe sia stato tutto indigeno e compartito in tutto il dominio sardo, comprese quindi le aree centrosettentionali. L’intacco (l’intacco almeno) delle velari, diffuso ovunque, avrebbe avuto però, e mantenuto a lungo, lo status di variante fonematica e non quello di fonema: solo successivamente si sarebbe operata una scelta o a favore della variante conservativa nel settentrione, o nel meridione invece, a favore della variante innovativa palatalizzata. Possono avvalorare questa ipotesi intanto alcune testimonianze medievali: forme come batuier per batugher nel CSPS o ieneru per ĝeneru nel CSPS e nel CSNT; ma anche forme del CSMB come anzilla/angilla, bingi/bingindellu, kergidore danno da pensare e non si possono ritenere come voci isolate e casuali; esse sono comunque la spia di un qualcosa. Come risulta dagli esempi citati, queste strane forme con g anzi che con k velare sordo (binki, ankilla, kerkidore) (una g che presumo palatale (ğ), e le varianti anzilla/angilla per il più consueto ankilla conferma ciò)presentano tutte una g postconsonantica, e occorrono dopo n e dopo r. Ora è noto che in sardo i nessi nj e rj evolvono in e attraverso una fase in cui la g palatale non ha ancora raggiunto la fase alveopalatale (un suono intermedio ģ, quale potrebbe essere documentato per altro nello stesso CSMB, dalle scritture Murghia (172) e venghio (174) anziché Murgia e bengiu). Queste scritture di cui diciamo (bingi, angilla, kergidore) possono insomma rappresentare proprio questi suoni intermedi e : nella fase  medievale tali suoni intermedi potevano confondersi con le realizzazioni palatali – non ancora alveopalatali – ć, di nk e rk originarie che evolvevano appunto verso e,dove. Insomma, nel caso delle nostre grafie bingi, angilla, kergidore, tale suono intermedio ć poteva essere realizzato come sonora ģ per il doppio influsso della sonorità delle liquide n e r e per la assimilazione di e con i tipi da nj e rj realizzati appunto e . Oltre che queste grafie medievali, possono suffragare l’ipotesi in questione determinate varianti dialettali, presenti in Barbagia e in Arborea, come ĝenna per ğenna < jenua o ĝiniperu per ğiniperu < jeniperu per juniperu; si tratta, come si vede, di evoluzioni inconsuete in quanto j latina non dà di regola una velare sonora ĝ, ma semmai una palatale ğ: orbene solo a partire da forme con intacco palatale ma non ancora pienamente svolte (solo cioè da forme come appunto ģenna o ģiniperu) si poteva per così dire, retrocedere a forme con la velare ĝenna o ĝiniperu; e, inoltre, solo nel caso che il suono con intacco palatale a partire da suono velare fosse una variante alternante col suono velare medesimo; né va poi dimenticato che le parlate meridionali rendono con č (palatale) il nesso kj degli imprestiti medievali dal toscano, p. es. aparičài, béču, sìča rispettivamente da apparecchiare, vecchio, secchia: ciò si può spiegare col fatto che tale suono kj toscano andava a confondersi e a sovrapporsi all’originario suono velare con intacco palatale ć, per cui essendo quest’ultimo passato poi a č (palatale) forse proprio per influsso toscano, tanto il suono originario latino con intacco quanto quello degli imprestiti toscani con kj finirono per confluire nell’esito č palatale.

Del resto i dialetti arborensi mostrano, tanto oggi quanto nella fase medievale, la rottura di una simmetria secondo la quale laddove i nessi originari latini c,t+j evolvono in q > t (qu/pùtu, àqa/àta) si ha la conservazione delle velari (come nei dialetti logudoresi e nuoresi), mentre laddove i nessi originari latini c,t+j evolvono in ts (pùtsu, àtsa) le velari sono palatalizzate; in Arborea abbiamo invece da un lato la conservazione delle velari di tipo settentrionale, dall’altro il passaggio di c,t+j in ts di tipo meridionale. Segno questo di un conflitto diacronico, i cui particolari non v’è lo spazio perché siano qui descritti, ma che mostrano comunque come le velari logudoresi sarde non siano il supino proseguimento conservativo delle velari latine, così come le palatali campidanesi non siano il mero risultato di un influsso esogeno. Si può invece pensare a una più o meno lunga fase predocumentaria e altomedievale, in cui siano coesistite due varianti, quella velare e quella palatale, ciascuna magari con annessa valutazione sociolinguistica (forse alta per le velari e bassa per le palatali), e che ciascuna delle due macroaree del dominio sardo abbiano a un certo momento categorizzato una delle due varianti in gioco: così i dialetti settentrionali hanno optato per le velari, forse considerate di maggior prestigio o tradizione, mentre i dialetti meridionali avrebbero optato per la variante palatale, questa volta sì, si può ammettere, per propulsione del toscano, il quale dunque non avrebbe generato il fenomeno della palatalizzazione campidanese, ma lo avrebbe solo reso categorico a partire da una situazione di variabilità in cui alternavano velari e palatali; si può così spiegare, senza tema di contraddizione, il fatto che i più antichi testi campidanesi mostrino anch’essi chiara testimonianza della conservazione delle velari. Tutto ciò restituirebbe alla lingua sarda la figura di una storia più mossa e dinamica di quanto in genere non si ammetta, per cui l’idea tradizionale di un conservatorismo trasparente e lineare del sardo sarebbe quantomeno da rivedere alla luce di un andamento evolutivo complesso e non così rettilineo come si è voluto.

E ancora non così trasparente e pacifica è l’opinione che vuole i dialetti logudoresi e ancor più i nuoresi sempre e comunque conservativi contro i dialetti campidanesi invece sempre innovativi e proni all’influsso straniero. Molte volte è vero invece il contrario. E non sto a dire di opinioni che ritengo veri e propri feticci folcloristici – ma che hanno però influsso sulla prassi e sul pensare comuni – opinioni relative a pretese purezze e fedeltà linguistiche contro compromissioni e incaute aperture a corruttele di influsso straniero. Per esempio lo sviluppo di –l- intervocalica latina in campidanese, sviluppo che si realizza come [b.], [ŗ], [w], [gw] è a mio parere il riflesso di una più antica latina realizzazione della [l] che era velare e non dentale; mentre l’esito ll campidanese a partire dal nesso latino lj  –anziché [ğ] o [dz] del logudorese (p. es. fìllu contro fìğu o fìdzu) – è in connessione, attraverso un processo lungo e complesso, che non posso riassumere qui,  proprio con gli esiti di -l-. E ciò per stare solo ad alcuni fatti fonetici; ma potremmo aggiungere quanto meno il mantenimento campidanese della ll geminata originaria latina nei pronomi atoni dhu e dhi (< (i)llum, (i)lli) contro l’esito innovativo logudorese lu e li (< (il)llum, (il)li) che mostrano lo scempiamento della ll geminata originaria; così come a livello lessicale skarèširi campiadanese è genuinamente latino da exacadescere mentre i logudoresi olvidàre o irmentigàre sono degli imprestiti stranieri. Né kèrrere è più antico del campidanese bòliri, ma sono entrambi parimenti antichi.

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Dal punto di vista sintattico ricorderemo innanzi tutto che il sardo, tanto medioevale quanto odierno, è, come già detto sopra, una lingua pro-drop, ossia a soggetto nullo, al pari del meridione romanzo (ossia dell’area italiana centro meridionale, toscana compresa e dell’area iberoromanza); osserveremo ancora che il sardo medievale, come tutte le lingue neolatine in tale fase storica, ha attraversato una fase tipologico sintattica con sogetto postverbale (tipo VSO); e infine ricorderemo che il sardo è stato anch’esso soggetto alla legge Tobler-Mussafia.

Il sardo si caratterizza, inoltre ieri come oggi, per alcuni tratti:

1)     L’accordo del verbo non solo con il soggetto, come ben ovvio per ogni lingua indoeuropea, ma anche con altri argomenti che dal predicato verbale dipendono, e in primo luogo con l’oggetto, accordo che si realizza tramite i clitici, di cui il sardo fa largo uso, dando luogo a costruzioni endofrastiche; nel senso che la frase elementare [(S)VOX(X)(S)] è costituita da un verbo accompagnato da clitici che anticipano la realizzazione lessicale dei suoi argomenti facenti parte della sua rappresentazione lessicale profonda; e d’altra parte, ancora, il verbo può essere accompagnato da clitici anche in assenza di realizzazioni lessicali. Frasi come imoi mi dha papu una pira, li kerìa regalare una zóiga a Maria, mi ‘nci seu andendi a Milis, ndhi seu torrau de Nùoro, (n)ke soe torrau dae Kastedhu, ‘nd’anti sciusciau su ponte mostrano una anticipazione, che potrebbe apparire pleonastica o parassitaria, degli argomenti lessicali del verbo, ma frasi del genere sono del tutto normali in sardo, tanto più che verbi accompagnati da clitici sono normali anche senza successiva realizzazione lessicale degli argomenti: kalanci, beninci, benitike, (‘n)k’ada a torrare crasa, ‘nde kalat, ‘nci apu bogau totu sa burrumballa.

2) La forma progressiva del tipo  essere + gerundio (del tipo seu andendi, soe fachindhe, ecc.) come forma non marcata (cfr. sardo est sèmpere mandigandhe peta ~ it. mangia continuamente/spesso carne)

3)L’infinito non controllato, ossia la possibilità di proposizioni infinitive con soggetto esplicitato o non esplicitato e, qualora esplicito, sempre in posizione post-verbale; quel che va soprattutto notato è che in tale tipo sintattico il soggetto non è controllato da alcun elemento della proposizioni reggente (p.es.: no kerzo a k’imbolare sa grassia ‘e Deus, no bollu a mi triulai accanta is pipìus, no bollu a bessiri); tali frasi possono anche essere costruite, nel logudorese, tramite una sorta di infinito personale e/o congiuntivo imperfetto introdotto da preposizioni che generalmente introducono l’infinito (Babu m’at narau sèmpere a no imbolaremus sa grassia ‘e Deus, no kerìo a mi triularen accanta sos pitzinnos, depìa torrare a domo innanti de ghiraret frade miu).

4)     La vasta accessibilità del ramo sinistro (in termini generativisti) della struttura frasale, ossia l’ampia possibilità di riempire con materiale frastico il nodo SpecC (Specificatore del Complementatore). L’eventuale materiale frastico collocato in tale posizione non necessariamente copre le funzioni di focalizzazione contrastiva, ma può assumere la funzione anche ‘solo’ di ‘mise en relief’: per esempio, una sindria mi papu imoi, sa scivedha est sciaquendi Giuanni, is ogus ‘nci aìa ghetau a pitzus Efis; il valore di tali frasi con oggetto anteposto è spesso anche quello della frase scissa, benché senza valore contrastivo; le frasi sopra esemplificate possono però avere diverse sfumature: per esempio, una sindria mi papu imoi può valere ‘ciò che mangio è un’anguria :: ecco ciò che voglio mangiare: un’anguria:: ecco qua un’anguria, quasi quasi me la mangio’; sa scivedha est sciaquendi Giuanni potrebbe significare ‘ciò che Giovanni sta lavando è il catino :: guarda, che cosa sta lavando Giovanni: il catino :: a proposito di quel catino, Giovanni lo sta lavando, ora’; is ogus ‘nci aìa ghetau a pitzus Efis può valere ‘Efis ci aveva proprio messo gli occhi sopra’. L’anteposizione serve insomma a tematizzare l’elemento anteposto (o magari il microcontesto in cui esso si trova inserito): nell’espressione del tipo cussa lìtera lìtera est iscriendi totu su mengianu non vi è ovviamente una dislocazione a sinistra dell’oggetto in quanto non v’è copia clitica di esso, né una frase simile necessariamente ha la funzione di focalizzare l’oggetto medesimo, ma può significare che il soggetto della frase è occupato tutta la mattina (proprio) a scrivere (proprio) quella lettera/quella lettera che sappiamo doveva scrivere; e il gioco delle sfumature può proseguire con vasta gamma di plasticità: iscriende cussa lìtera est totu su manzanu, cussa lìtera lìtera iscriende est, totu su manzanu. Una frase come sa dòmu at sciusciau Baingiu oltre che poter portare su di sé la funzione focalizzante più o meno contrastiva, può anche significare ‘Baingiu ha buttato giù la casa: e chi se l’aspettava?! // Baingiu ha buttato giù la casa: proprio quello che doveva/non doveva fare!’; oppure la frase in questione (sa dòmu at sciusciau Baingiu) potrebbe essere una risposta alla domanda, magari implicita nel discorso, “perché Baingiu è senza domicilio?” risposta che parafrasata sarebbe “ora Baingiu non ha domicilio/non sa dove stare perché ha buttato giù la casa, ossia il luogo dove poteva risiedere/ricoverarsi”; a una domanda come “perché c’è questa corrente d’aria?” si può dare certamente una risposta come an apertu sa ventana, ma una risposta come sa ventana an apertu aggiunge implicitamente il significato ‘è da lì, dalla finestra, che entra la corrente d’aria che ti infastidisce’.

5)     Ultimo ma non per ultimo la posizione del soggetto ,che in sardo che può stare alla fine della frase: quasi una sorta di grammaticalizzazione della posizione strutturale e/o pragmatica della cosiddetta ‘coda’ o ‘afterthought’, con effetti e sfumature di senso che vi possono stare connesse, quali quelle di focalizzare o defocalizzare il soggetto. Due frasi simili ma con diversa collocazione del soggetto possono avere implicazioni pragmatiche diverse: p. es., a una implicita domanda ‘perché sei allegro’, si può rispondere ca Maria at cantadu una cantzone, oppure ca at cantadu una cantzone Maria: nel primo caso viene a dirsi che l’allegria è dovuta al fatto che Maria, proprio lei, ha cantato/che è stata Maria a cantare, mentre nel secondo con soggetto in coda si vuol dire che l’allegria è dovuta al fatto che sia stata cantata una canzone, la quale canzone, più o meno incidentalmente per il soggetto ascoltante, è stata cantata da Maria.

Maurizio Virdis

Congruenze   ~    Incongruenze                           Congruenze      ~     Incongruenze

del sardo per ciascun parametro                           del sardo per ciascun parametro

1)      Sr, Ib, It-s,    ~ It, It-n, Gl                            5) Sr, It, It-s, Ib            ~ It-n, Gl

2)      Sr, Ib, It-s,    ~ It, It-n, Gl                            6) Sr, Rm                  ~ Ib, It-s, It, It-n, Gl

3)      Sr, It-s, Ib,    ~ It, It-n, Gl                            7) Sr, It, It-n, It-s, Gl.    ~ Ib

4)      Sr, Rm, It-s,  ~ It, It-n, Ib, Gl                        8) Sr, It, It-n, It-s, Gl.    ~ Ib

9) Sr, It, It-n, Gl.            ~ Ib, It-s

aree di congruenza

Sardo ^ It-s    1,2,3,4,5,7,8    7::2           Sardo ^ Ib ^ It-s         1,2,3,5     4::5

Sardo ^ Ib      1,2,3,5             4::5           Sardo ^ Ib ^ It            5             1::8

Sardo ^ It       5,7, 8, (9)         4::5           Sardo ^ It ^ Gl            7,8,9       3::6

Sardo ^ It-n    7,8,9               3::6           Sardo ^ It ^ It-s           5,7,8       3::6

Sardo ^ Gl      7,8,9               3::6            Sardo ^It ^It-s ^It-n    7,8          2::7

aree di congruenza per tratti fonetici

Per 1) sardo, Ibe., Gall. ~ It.                               Per 3) sardo, Ibe., Prov., It-s  ~ It. Franc.

Per 2) sardo (it-s, corso) ~ tutto                          Per 4) sardo, Ibe. ~ It:, Gall.

Per 5)    a) sardo, Ibe., Gall, It-n ~ It (it-s)   ///     b) Sardo, It (It-s) ~ Ibe, .Gall.

Sardo ^Ibe. 1,3,4  (3 (+1):: 1 (+1))  sardo ^ It (1 ((1)::4)

Sr = sardo,   Ib = lingue iberoromanze,   It = italiano,   It-n = dialetti dell’Italia del nord,

It-s = dialetti dell’Italia del sud,   Gl = lingue galloromanze,   Rm = rumeno.

Parametri

1)      Marcatura del soggetto ~ Marcatura dell’oggetto;  2) Presenza ~ Assenza di un’opposizione nominativo vs. accusativo nel pronome di 3a persona (egli ~a lui vs. issu ~a issu);  3) Obbligatorietà ~ Non obbligatorietà del partitivo; 4) Avverbi in –mente ~ Avverbi con il neutro dell’aggettivo;  5) Obbligatorietà ~ Non obbligatorietà del pronome soggetto;  6) Futuro organico  ~ Futuro perifrastico;  7) Opposizione degli ausiliari essere/avere nei tempi composti  ~ uso di avere come unico ausiliare nei composti;  8) Accordo del participio (negli ausiliari) con l’oggetto  ~  Non accordo;  9) Vitalità ~ Regressione del perfetto latino.

Parametri fonetici

 

1) Mantenimento ~ Non mantenimento di –s finale;  2) sistema vocalico (tonico) a 5 fonemi ~sistema a 7 vocali;  3) Presenza ~ Assenza della metafonesi  4) Isocronia vocalica ~ Isocronia sillabica;  5) indebolimento delle consonanti occlusive sorde.

 

Proposta di intervento e abstract di Maurizio Virdis

 

1) Collocazione del sardo nell’ambito delle lingue neolatine e sua individualità in base alle caratteristiche grammaticali (fonetiche e morfosintattiche). Si propone di individuare (anche riproponendoli da una tradizione di studi ormai assestata) sia i tratti specifici e ‘originali’ della lingua sarda, sia, con un’ottica comparativa, la collocazione nello spazio romanzo di un certo numero di singoli tratti grammaticali del sardo, attraverso una tipologia storicamente/diacronicamente impostata; un campione (anche solo relativamente ampio) di tratti grammaticali così ‘collocati’ può contribuire a una definizione storico-tipologica della lingua sarda.

2) Problemi di svolgimento diacronico del sardo anche in relazione con la divisione diatopica e il suo storico determinarsi. In questa prospettiva si darà spazio alla questione (vera e/o stereotipa) dell’arcaicità del sardo (e di converso della sua ‘novità’): sulla base di quali elementi o metodi o principi vanno determinate tali nozioni? Come si distribuiscono arealmente i tratti arcaici e/o innovativi del sardo? È l’arcaicità un criterio valido (e in quali termini e limiti) par la collocazione diatopica esterna del sardo e per la sua classificazione diatopica interna?

3) Problemi di descrizione del sardo dal punto di vista sintattico con particolare riguardo alla ‘topografia’ frasale degli elementi fondamentali (Soggetto Oggetto Verbo) e alla accessibilità, in sardo, delle posizioni periferiche e semiperiferiche della struttura sintattica.

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