La lingua batte dove il dente duole. Riflessioni sul nodo lingua-nazione in Sardegna

 

La lingua batte dove il dente duole.
Riflessioni sul nodo lingua-nazione in Sardegna

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In Lingua Letteratura, Nazioni (a cura di I. Putzu e G. Mazzon, FrancoAngeli, Milano, 2012), pp. 594-611
Maurizio Virdis

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Riflettere sul nesso lingua/nazione può parere cosa ovvia, di fatto scontata.
Nel senso comune odierno europeo le due entità vanno più o meno di
pari passo, almeno in molti stati europei: l’una si identifica e corrisponde/
corrisponderebbe all’altra. Ma, è ben noto, le eccezioni sono più d’una; e
la stessa idea di ‘nazione’, ha ed ha avuto, di volta in volta e di caso in caso,
fondamenti ideali o concreti diversi: sì che la lingua, intesa come uno
dei fattori fondamentali e costitutivi della nazione, è (stata) spesso un qualcosa
che motiva e giustifica a posteriori ciò che antecedentemente è già costituito
o si vuol costituire. L’idea di nazione – fatto, abbastanza recente,
della modernità, anzi uno dei dati costitutivi della stessa modernità politico
istituzionale europea – si trasforma poi, nella concretezza politica, come
un dato che, a complicare le cose, si intreccia non solo con l’idea, ma anche
con la prassi dello/degli stato/i e del loro reggimento istituzionale.
Sappiamo che fattori come la lingua, la letteratura, le sacre memorie storiche
(un po’ meno invero quelle demologiche: ma anche qui bisognerebbe
distinguere caso da caso), i condivisi orizzonti d’attesa e quant’altro sono andati
via via assumendo il ruolo e la funzione di ciò che, innanzi la modernità,
veniva assunto e ricoperto dalla religione e dalla religiosità tradizionali:
sempre più confinate – nello stato “laico” moderno – entro la sfera dell’intimità
soggettiva e personale. Ma, in tale processo, la modernità ha ereditato
dalla religione molti atteggiamenti e strutture di comportamento psicosociale,
oltre che tanta forma mentis: non ultima quella del conformismo.
Anche la Sardegna si è inserita in tale processo: di volta in volta secondo
le determinazioni e le declinazioni che i tempi proponevano, e nei limiti
in cui la propria parabola storica l’ha ridotta e condizionata, ma anche con
l’originalità della sua, ancora una volta storica e ancor più geopolitica, situazione.
Fino all’età e ai giorni attuali e a noi prossimi.
Mi limito giusto a ricordare – poiché non ho qui intenzione di tracciare
alcun quadro neppure sunteggiato della storia della lingua sarda – che in
595
epoca medievale la lingua sarda era impiegata nella sfera giuridica e nella
produzione documentaria e amministrativa. La cosa è da tener bene a mente
se si vogliono comprendere molti degli atteggiamenti e dei riflessi dell’età
moderna e contemporanea, insieme alla storia della Sardegna e della sua
condizione statuale: basterà ricordare che i viaggiatori e gli osservatori catalani
in Sardegna registravano certo l’uso ed anzi il buon uso della lingua
catalana in Sardegna, soprattutto negli ambienti e nei ceti nobiliari ed
urbani, tuttavia non mancavano di osservare come nell’Isola esistesse e si
parlasse l’antica lingua del Regno, e che questa era conosciuta e impiegata
da praticamente tutta la popolazione. Per esempio, il Despuig ci dice che,
nel 1557, in Sardegna si parla la llengua antigua del regne, dando così al
Sardo una certa qual patente di dignità e di importanza. Nel 1565 il Parlamento
riunito dal viceré Àlvaro de Madrigal chiede che gli statuti di Iglesias
e di Bosa, ancora redatti solo in Italiano, vengano tradotti in una lingua
del Regno, ossia in Sardo o in Catalano, e riconosce così una implicita
dignità al Sardo, anche se poi la scelta si orienterà, ovviamente, in direzione
catalana. Infine è ancora da ricordare che nel secolo alla fine XVI si pose
la questione di quale dovesse essere la lingua veicolare dell’insegnamento
superiore in Sardegna, il Sardo o lo Spagnolo, con successiva ed anche
qui ovvia opzione per lo Spagnolo. Né va dimenticato che in Sardo è scritta
e letta la Carta de Logu, legge di principale riferimento dei Sardi, e la cui
vigenza si protrarrà fino ai primi decenni del secolo XIX, quando sarà sostituita,
nel 1827, dal Codice feliciano.
Né andrà dimenticata in proposito la considerazione che ebbe Antonio
Ludovico Muratori riguardo alla esperienza storico-linguistica della Sardegna
medievale:
non credo che si possa dubitare che i Corsi e Sardi prima degl’Italiani cominciassero
a valersi della lor lingua volgare negli atti pubblici, o che nei Latini frammischiassero
molte voci e forme di dire volgari. Però sull’esempio suddetto anche la
lingua volgare Italiana, che fino al secolo XIII era stata solamente in bocca degli
uomini, cominciò in quello stesso secolo a farsi vedere ne’ versi de’ poeti, nelle
lettere, ne’ libri, e in altre memorie1.
Considerazioni e giudizio che saranno uno degli inneschi delle riflessioni
linguistiche e dell’operazione di Matteo Maria Madao, ma forniranno
poi anche esca e materiale da ardere ai falsari d’Arborea, come vedremo in
seguito2.
La questione della lingua si pone con piena coscienza in Sardegna con
Gerolamo Araolla, nel fervore, fra il ceto intellettuale sassarese, della (ri?)

1. Cfr. Muratori (1837).

2. Cfr. Lőrinczi (1997).

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