Set 012011
 

Riparo sotto roccia di Su Carroppu – Sirri (Carbonia, CI)

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Il riparo sotto roccia di Su Carroppu si apre a 350 m di altitudine su uno sperone di calcari ceroidi paleozoici nel massiccio del Sulcis, in prossimità di Sirri, frazione del comune di Carbonia. Con una superficie coperta stimata di circa 50 mq, il riparo domina una stretta vallecola attraversata dal Rio Peddori, torrente a regime stagionale le cui acque sprofondano in un inghiottitoio carsico ai piedi del sito.

Scoperto nei primi anni 1960 e oggetto di indagini e pubblicazioni preliminari da parte di Enrico Atzeni fino al 1978, è stato tra i primi insediamenti in Sardegna ad avere fornito materiali riferibili al Neolitico antico di facies cardiale e per lungo tempo la facies di Su Carroppu è stata ritenuta paradigmatica per il Neolitico antico dell’area insulare centro-tirrenica. Alla lunga vicenda insediativa riconosciuta in base ai manufatti, articolata dal Neolitico antico fino all’età romana repubblicana, non hanno corrisposto peraltro orizzonti stratigrafici preservati, poiché i depositi erano stati in larga misura perturbati da moderne attività di prospezione mineraria.

Dal 2009 le ricerche sono riprese in regime di Concessione ministeriale all’Università di Cagliari, con l’obbiettivo di indagare i settori meno perturbati del sito. La revisione sistematica dei materiali inediti degli scavi 1960-1970 ha indotto ad alcune rilevanti scoperte che estendono in misura sostanziale la durata insediativa del sito, pre-datandola al Mesolitico iniziale. Infatti sono stati individuati resti antropologici pertinenti a sepolture intercettate alla base dell’ultimo saggio di scavo del 1978 nel settore N del riparo. Datazioni radiocarboniche collocano questi reperti ossei tra il IX e l’VIII millennio cal BC, ad oggi la più antica evidenza diretta della presenza umana in Sardegna.

La ripresa delle indagini scientifiche ha consentito di definire le azioni di disturbo intervenute nel deposito stratigrafico e di individuare lembi non disturbati nell’area a cielo aperto immediatamente antistanti al riparo, con piani di frequentazione e strutture di combustione sovrapposti. Una serie consistente di datazioni assolute ha consentito di verificare che l’insediamento ha proseguito in fase pre-neolitica fino alla metà del VII millennio cal BC e, successivamente, si è articolato per tutte le principali fasi del Neolitico antico e medio, dal II quarto del VI alla fine del V millennio cal BC. Dopo un’apparente cesura per il proto-Calcolitico della cultura di Ozieri, della quale non figurano elementi né tra i reperti delle nuove indagini né tra quelli degli scavi del secolo scorso, l’insediamento sembra essere ripreso nella piena età del rame e aver proseguito, con intervalli, fino alla I età del ferro e, successivamente, in età storica.

Al di là della problematicità della sequenza stratigrafica, il sito di Su Carroppu evidenzia ad oggi una delle più antiche testimonianze delle migrazioni umane oloceniche nell’area tirrenica insulare. Sulla base dei dati disponibili, Su Carroppu conferma pienamente l’ipotesi di un’antica frequentazione mesolitica, estesa fino alle regioni più meridionali dell’isola. I reperti antropologici rinvenuti, attualmente oggetto di promettenti studi archeogenetici, contribuiranno a definire le direttrici delle frequentazioni pre-neolitiche nell’isola e a individuare l’affinità o la distanza genetica con i gruppi neolitici che ne hanno determinato il primo popolamento stabile.

Le ricerche, in collaborazione col Comune di Carbonia, sono co-finanziate dal Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna


Insediamento all’aperto di Sa Punta – Marceddì (Terralba, OR)

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Il sito di Sa Punta, noto in bibliografia per il rinvenimento occasionale di manufatti perlopiù litici nei pressi dello stagno di Marceddì, è stato puntualmente individuato nel 2004, in occasione di lavori di ristrutturazione di un fabbricato storico. Nel corso degli anni 2005-2007 interventi di scavo congiunti dell’Università di Cagliari e della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le Province di Cagliari e Oristano hanno definito la natura e la cronologia del contesto, nonché i limiti e lo sviluppo planimetrico delle strutture archeologiche. È stato dato anche avvio ad analisi di ricostruzione paleoecologica e di caratterizzazione delle materie prime dell’industria litica raccolta. Dal 2012 il sito è oggetto di scavi in regime di Concessione ministeriale all’Università di Cagliari. L’insediamento è costituito da lembi residui di un abitato all’aperto riferibile a fasi finali del Neolitico antico (ultimi secoli del VI millennio cal BC). A circa 20 m dall’attuale battigia del Golfo di Oristano, è ubicato sulla sommità di un tavolato di calcari fossiliferi quaternari che oggi separa dalle acque marine il settore terminale del compendio lagunare di Santa Maria-San Giovanni-Marceddì. Alla metà degli anni 1980 uno sbarramento dello specchio d’acqua salmastra, accompagnato dal livellamento della base rocciosa del promontorio di Sa Punta e dall’impianto di una vasta platea di calcestruzzo, ha causato la distruzione completa delle emergenze archeologiche precedentemente osservate.

Dal 2005 le indagini di scavo, operando su un’area già profondamente alterata per la costruzione di nuovi impianti di servizio dell’edificio storico, hanno portato alla luce consistenti lembi di deposito antropico con abbondanti resti di pasto, manufatti di ossidiana e frammenti ceramici. È stata evidenziata una singolare struttura a fossato, residua per 3×1,2 m circa, scavata nel bancone calcareo e affiorante alla quota attuale di 1,90 m s.l.m. Nel suo profilo trasversale il fossato ha forma a campana largamente strombata alla base; lo scavo del deposito di riempimento ha evidenziato, nella porzione sommitale, un setto divisorio realizzato in piccole pietre e fango, disposto obliquamente allo sviluppo del fossato e poggiante direttamente su un piano acciottolato verosimilmente strutturato con finalità di bonifica.

Tale acciottolato affiorava circa 50 cm al di sotto della superficie della platea calcarea rocciosa nella quale è realizzato il fossato, a tetto di un potente riempimento costituito da una sequenza di depositi stratigrafici di origine antropica e naturale intervallati tra loro. Le caratteristiche pedologiche dei livelli naturali consentono di individuarne l’origine in reiterati processi alluviali.

L’interesse del sito deriva dal fatto che le unità stratigrafiche al momento messe in luce contengono manufatti riferibili esclusivamente a un momento finale del Neolitico antico della facies tirrenica delle ceramiche a linee incise. Questa facies, pur indiziata da alcuni elementi sporadici, finora non è documentata altrove nell’isola in situazioni chiare e non perturbate, come pure, più in generale, nell’ambito dell’intero blocco sardo-corso. Essa sembra proporsi come elemento intrusivo nel lento processo di deriva culturale in seno alla tradizione cardiale nell’area tirrenica, in parte affiancandosi agli aspetti definiti univocamente epicardiali ma caratterizzati da una relativa variabilità degli assetti dei sistemi tecnici.

Le ricerche sono svolte in collaborazione col Comune di Terralba.

 Scritto da alle 22:27

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