Inchieste

 

Luisa Orrù, presentando il libro Le piante nelle terapie tradizionali. Sardegna sud-occidentale, così parlava dei temi di ricerca da lei affrontati:

Ho iniziato ad occuparmi di medicina popolare sarda nella seconda metà degli anni ’70 su sollecitazione di Joyce Lussu che coordinava un gruppo di studio facente capo al CISO (Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospitaliera). Al centro della ricerca del gruppo era “il ruolo delle donne nella storia della difesa della salute delle masse popolari”. […]
Anni dopo avrei scelto il metodo biografico come quello più adatto ad esplorare, dal punto di vista dei soggetti, aspetti altrimenti non altrettanto ben documentabili di medicina popolare e di antropologia medica. La mia prima intervista ad una levatrice empirica è del 1982 e la parte della ricerca sul ciclo riproduttivo, su parto e nascita in Sardegna, basata su inchieste, è impiantata sull’intervista biografica a levatrici empiriche, ostetriche, mamme, medici.
Ma allora, nella seconda metà degli anni ’70, al momento del mio primo approccio alla medicina popolare nell’isola, non ero ancora matura per l’utilizzazione di questo strumento di indagine, volevo sì occuparmi “del ruolo delle donne nella storia della difesa della salute” ma non mi riusciva di farlo se non a partire da una considerazione, da una riflessione sullo stato degli studi sulla medicina popolare sarda, sentivo insomma l’esigenza di esplorare preliminarmente la bibliografia esistente sull’argomento.
Da questa prima ricognizione bibliografica ne dedussi che “il ruolo delle donne nella storia della difesa della salute” non era stato sufficientemente focalizzato, perché era rimasto fino ad allora in ombra, non documentato e studiato, l’aspetto empirico delle cure. Però l’empiria era o no importante nella medicina popolare sarda?
Giuseppe Vidossi nel 1935, basandosi sulla bibliografia fino ad allora disponibile, nel prendere in esame la situazione degli studi sulla medicina popolare in Italia, aveva affermato che la Sardegna, come in genere il Centro e il Mezzogiorno, appariva più ricca di tradizioni mediche di tipo magico-religioso che non il resto d’Italia. E la Sardegna continuava ad apparire così, anche nella seconda metà degli anni ’70, nonostante la documentazione e gli studi apparsi nel frattempo, relativi sempre però agli aspetti magico-religiosi.
Ma quanto di questa caratterizzazione era dovuto ad una situazione di fatto e quanto al modo di fare ricerca, alla preferenza accordata dagli autori agli aspetti magico-religiosi, più “lontani”, “diversi”, “altri”, degli empirici rispetto alla medicina ufficiale?
“Buoni” temi di ricerca per verificare la rilevanza o meno dell’empiria nella medicina popolare sarda mi apparvero allora “le piante” da un lato e “il parto” dall’altro.
[…]
Quanto alle piante, il progetto di ricerca maturò lentamente e ha una storia tutta sua. Le prime interviste sull’utilizzazione delle piante nelle terapie tradizionali nella zona in cui abbiamo svolto l’indagine sono state effettuate nel 1988, a 10 anni circa di distanza dall’individuazione del tema “piante” come “buono” da indagare. In questo lungo intervallo si è rinsaldato, più che costituito, un gruppo di lavoro a carattere interdisciplinare. Le inchieste sulle piante sono iniziate quando Aldo Domenico Atzei, studioso di etnobotanica, ha assicurato la sua collaborazione, ma il gruppo di lavoro esisteva da prima. Si trattava di un gruppo interdisciplinare che progettava ed effettuava interventi di educazione sanitaria nelle scuole della fascia dell’obbligo, coordinato da Gerolama Rozzo, in cui già operavano Teresa Usala e Fulvia Putzolu.
Fui invitata a farne parte nel 1981 e da allora collaborai alle varie iniziative del gruppo fino a quando non si decise di sospendere momentaneamente gli interventi di educazione sanitaria per effettuare la ricerca sulla piante…

Luisa Orrù, mese della Cultura, appuntamenti organizzati dal Gruppo Onnigaza.
Ghilarza, 16 Ottobre 1994

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